Nel mondo narrativo di Il Trono di Spade una certezza non è mai esistita: nessun personaggio è davvero al sicuro. La saga ha educato il pubblico a questa logica fin dalla prima stagione, quando la morte di Ned Stark ha infranto ogni aspettativa, aprendo la strada a una lunga serie di perdite traumatiche che hanno definito l’identità dell’universo creato da George R. R. Martin. Una lezione narrativa che è proseguita con House of the Dragon e che oggi torna con forza nel nuovo spin-off A Knight of the Seven Kingdoms, disponibile in Italia su HBO Max.
ATTENZIONE SPOILER: episodio 5
Il quinto episodio, intitolato In the Name of the Mother, rappresenta il cuore emotivo e narrativo della prima stagione. Penultimo capitolo di un arco da sei episodi, la puntata porta a compimento la tensione costruita attorno al Trial of Seven, l’antico giudizio per combattimento che affida il verdetto finale alla volontà dei Sette Dei.
Il Trial of Seven: fango, acciaio e destino
Al centro dello scontro c’è Ser Duncan “Dunk” l’Alto, interpretato da Peter Claffey, chiamato a difendere la propria vita dopo il violento confronto con il principe Aerion Targaryen. L’accusa è tale da non lasciare spazio a compromessi: Dunk deve affrontare sette avversari con l’aiuto di sei alleati, in una mischia brutale fatta di lance spezzate, mazze e caos. Il combattimento non è solo fisico, ma politico e simbolico, perché ogni scelta di campo pesa quanto un colpo inferto.
Dunk, tra presente e passato
La puntata sceglie una struttura a doppio binario. Alla violenza dell’arena si alternano lunghi flashback che riportano all’infanzia di Dunk a King’s Landing, tra la miseria di Flea Bottom e una vita segnata dall’orfanezza. Qui emergono le radici della sua idea di lealtà e famiglia, forgiata attraverso legami affettivi destinati alla tragedia. Il montaggio intreccia ciò che Dunk è stato con ciò che è diventato, trasformando il Trial of Seven in una prova anche identitaria.
La scelta di Baelor e l’equilibrio che si spezza
A cambiare gli equilibri dello scontro è la decisione di Baelor Targaryen, interpretato da Bertie Carvel, di schierarsi al fianco di Dunk. È una presa di posizione che rompe i non detti della casa regnante e mette in luce le fratture interne a una dinastia ancora sul Trono di Spade ma già fragile. Baelor viene tratteggiato come un Targaryen atipico: giusto, misurato, capace di guardare oltre l’arroganza del sangue.
Lo shock finale: la morte di Baelor Targaryen
Quando la battaglia sembra aver già chiesto abbastanza vittime — tra cui Ser Humfrey Beesbury e Ser Humfrey Hardyng — la serie colpisce ancora. Baelor sopravvive allo scontro, si avvicina a Dunk e chiede che gli venga tolto l’elmo, convinto che l’armatura gli impedisca di respirare dopo un colpo subito. È in quel momento che si consuma l’orrore: l’elmo stava letteralmente tenendo insieme una ferita mortale alla testa. Tolta la protezione, Baelor crolla e muore. Il colpo fatale è arrivato dalla mazza del fratello Maekar, rendendo la scena ancora più tragica.
Un episodio già considerato storico
Non sorprende che l’episodio 5 venga indicato da molti spettatori come uno dei momenti più alti dell’intero universo de Il Trono di Spade. La spettacolarità del Trial of Seven, l’intreccio tra memoria e presente e la morte improvvisa di un personaggio amatissimo ribadiscono la verità più crudele di Westeros: anche quando la giustizia sembra aver vinto, la storia può colpire ancora, più forte e più vicino al cuore.
Verso il finale di stagione
Con soli due episodi rimasti, A Knight of the Seven Kingdoms si avvia verso un finale carico di aspettative. Il quinto capitolo non è soltanto un episodio di transizione, ma un punto di svolta che ridefinisce i rapporti di potere e il ruolo di Dunk nel codice cavalleresco di Westeros. La domanda ora è una sola: quale prezzo resterà ancora da pagare in un mondo dove nessuno è davvero al sicuro.