Calcio, Garcia adieu, il Napoli cambia dopo cinque mesi

Da Capodimonte a Capodichino, in linea d’aria, saranno tre chilometri. Dal museo del Real Bosco all’aeroporto internazionale per un volo di sola andata Napoli-Nizza dopo appena cinque mesi. Tanti ne sono passati dalla conferenza stampa di presentazione all’esonero: Rudi Garcia torna a casa, lasciando dietro di sé un mare di dubbi e una negatività che non è mai riuscito a scrollarsi di dosso, fin da quel primo giorno, quando disse (sua culpa) di non aver visto il Napoli -bello e vincente- di Spalletti e di non volere pensare al passato. Tranne poi mostrarcelo in campo -il passato- con una preparazione e una gestione delle partite da anni ’90. Ma d’altronde, cosa aspettarsi da un tecnico che ha il suo mantra nel “primo non prenderle” o come ebbe a dire: “Se non posso vincere una partita, meglio non perderla”. Un concetto che potrebbe anche andare bene, una tantum, magari contro avversari di rango superiore. Oppure per una piccola destinata alla lotta salvezza, non certo il Napoli scudettato.

Troppi segnali in tal senso, esigevano un intervento. E allora -alla sosta di ottobre- il presidente De Laurentiis, che ragiona da imprenditore, ha preso in mano la situazione, dapprima alimentando ipotesi di esonero (ammettendo l’errore fatto a giugno) e dopo il no di Conte, commissariando di fatto il tecnico francese. Un esercizio di comando repentino quanto schizofrenico, dal risultato alterno e comunque non soddisfacente, ma comprensibile. DeLa ha provato a salvare il salvabile -la squadra, il vero capitale della SSC Napoli e core business della FilmAuro- mentre dell’insalvabile, alla fine, s’è liberato. Troppo tardi? Si vedrà.

Intanto, l’uomo di Nemours lascia dopo dodici giornate di campionato con un ruolino neppure malvagissimo, fatto di sei vittorie, tre pareggi e tre sconfitte, un quarto posto non blindato ma neanche compromesso e una qualificazione agli ottavi di Champions ampiamente alla portata. Quello che brucia, oltre ai dieci punti di svantaggio dall’Inter capolista, sono le occasioni perse strada facendo (andando a ritroso: Empoli, Union Berlino, Fiorentina, Bologna, Genoa, Lazio) e la sensazione -oddio è molto più di una sensazione- che la scintilla tra allenatore e squadra non sia mai scoccata. Non sotto il profilo umano -hanno sempre parlato bene tutti di Garcia- ma proprio a livello tecnico, due linguaggi differenti e una idea di calcio che male si sposava con le caratteristiche dei giocatori. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma i buoi erano già belli che scappati dalla stalla, la formazione iniziale di domenica scorsa. Un all-in che non ha portato bene a Garcia e una inutile prova di forza nei confronti della società e dell’ambiente Napoli, con i fischi del Maradona a sancire l’inevitabile.

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