Il 23 febbraio 1996 arrivava nelle sale italiane Trainspotting, diretto da Danny Boyle e tratto dall’omonimo romanzo di Irvine Welsh. Presentato fuori concorso al 49º Festival di Cannes, il film si trasformò rapidamente in un fenomeno culturale, capace di intercettare lo spirito di un’epoca e di raccontare una gioventù sospesa tra nichilismo e desiderio di riscatto.
Al centro della storia c’è Mark Renton, ventenne di Edimburgo che sceglie – o almeno prova a scegliere – la vita, mentre sprofonda nella dipendenza da eroina insieme a un gruppo di amici destinati a tradirsi e perdersi. Un racconto crudo, ironico e allucinato che, nonostante un tema tutt’altro che commerciale, divenne uno dei maggiori successi del cinema britannico degli anni Novanta, sia in patria sia all’estero.
Un’estetica nuova, tra incubo e cultura pop
A rendere Trainspotting un titolo di rottura non fu soltanto la materia narrativa, ma il linguaggio. Boyle mescolò realismo sporco, visioni psichedeliche e ritmo da videoclip, creando sequenze destinate a entrare nell’immaginario collettivo: dal celebre “tuffo” nel tappeto dopo l’iniezione, fino alle scene più disturbanti, come quella della morte del neonato.
La colonna sonora contribuì in modo decisivo al successo. In piena esplosione britpop, il film riuniva artisti come Blur, Pulp ed Elastica, accanto a nomi come Iggy Pop e Lou Reed. Una miscela che avvicinò pubblici diversi, aprendo anche al dialogo con l’elettronica di Underworld e Primal Scream.
Tra accuse e fraintendimenti
Già il romanzo di Welsh, pubblicato nel 1993, aveva suscitato polemiche per il punto di vista interno ai personaggi tossicodipendenti, accusato da alcuni di indulgere in una presunta fascinazione per l’eroina. Lo stesso equivoco si ripresentò con il film: negli Stati Uniti, l’allora candidato repubblicano Bob Dole lo attaccò pubblicamente, sostenendo che promuovesse il consumo di droga tra i giovani.
Molti critici, tuttavia, hanno sempre letto Trainspotting come l’esatto contrario di un’apologia. I suoi protagonisti non sono eroi romantici, ma figure grottesche e autodistruttive. L’umorismo nero non attenua la brutalità del contesto, anzi la rende più spiazzante. È il ritratto di una sopravvivenza disperata, non un invito all’emulazione.
Il contesto: il dopo Thatcher e il “no future”
Il film si inserisce nel clima sociale del Regno Unito post-thatcheriano, segnato da fratture economiche e disillusione giovanile. In quella Scozia urbana e marginale si rifletteva un malessere che aveva già trovato voce nel punk dei Sex Pistols e nel loro celebre “No future”.
Pur radicato a Edimburgo, Trainspotting parlava a molti altri quartieri del mondo. Per questo, anche negli adattamenti teatrali successivi – come quello messo in scena in Spagna nel 2017 – si è scelto di eliminare riferimenti geografici espliciti, per sottolinearne la dimensione universale.
Un successo inatteso
Realizzato con un budget di appena 1,5 milioni di sterline, il film incassò circa 48 milioni nel mondo, consacrando il talento di Boyle e lanciando definitivamente Ewan McGregor, che di lì a poco sarebbe stato scelto da George Lucas per interpretare il giovane Obi-Wan Kenobi nella nuova trilogia di Star Wars.
Lo sceneggiatore John Hodge vinse il Bafta e ottenne una candidatura all’Oscar, mentre il film divenne un riferimento per il cinema indipendente europeo degli anni Novanta.
I ritorni: tra letteratura e cinema
Welsh ha continuato a esplorare l’universo dei suoi personaggi con romanzi come Porno, Skagboys e Il artista della lametta (pubblicato in Italia da Anagrama), fino a Dead Men’s Trousers, indicato come capitolo conclusivo della saga.
Nel 2017 è arrivato anche il sequel cinematografico, T2: Trainspotting, che ha riunito il cast originale a oltre vent’anni di distanza. Accolto in modo contrastante, il film ha diviso pubblico e critica: per alcuni un omaggio affettuoso, per altri un’operazione nostalgica incapace di replicare l’urgenza dell’originale.
Un classico contemporaneo
A trent’anni dalla sua uscita, Trainspotting continua a essere studiato, citato, discusso. La sua forza sta nell’aver condensato “molti quartieri del mondo e molti momenti sociali” in un unico racconto: la lotta di una generazione contro un destino percepito come già scritto.
Come nella corsa iniziale sulle note di “Lust for Life”, i protagonisti sembrano non avanzare mai davvero. Eppure restano lì, sospesi nel tempo, eternamente giovani. Un simbolo di ribellione e fragilità che continua a parlare a chi, ieri come oggi, si trova a dover scegliere – o credere di poterlo fare – la propria vita.
