Magazine Spettacolo

Portobello dal 20 febbraio su HBO Max, Fabrizio Gifuni: “Tortora tra le pagine più nere del giornalismo. Oggi? Viviamo un nuovo Medioevo”

L'attore Fabrizio Gifuni interpreta Enzo Tortora nella serie 'Portobello' di Marco Bellocchio, riflettendo sul caso giudiziario e sul contesto storico attuale.

In una lunga intervista a Fanpage.it, Fabrizio Gifuni racconta il suo lavoro sulla serie Portobello, il rapporto con il regista Marco Bellocchio e la complessità del caso Enzo Tortora, simbolo di un’Italia divisa tra ingiustizia, memoria storica e fragilità democratica.

Portobello: un viaggio tra storia e memoria

La serie, presentata fuori concorso alla 82esima Mostra del Cinema di Venezia e disponibile dal 20 febbraio su HBO Max, racconta il periodo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, segnato dal caso Tortora e dai “corpi insepolti di Pasolini e Moro”. Per Gifuni, interpretare Tortora significa attraversare una ferita della storia italiana ancora aperta: “Enzo Tortora diventa il simbolo di un Paese che decide di esporre un uomo innocente come un osceno trofeo”.

L’attore sottolinea il lavoro kafkiano compiuto con Bellocchio: “Cosa succede a un uomo innocente quando qualcuno bussa alla sua porta e lo accusa ingiustamente? Il processo di Kafka è una chiave per leggere non solo Tortora, ma l’Italia intera”.

Il peso del giornalismo e l’errore storico

Gifuni descrive il caso Tortora come una delle pagine più nere del giornalismo italiano. L’uomo, amato da milioni di italiani, fu travolto da accuse infamanti e dall’ostilità di chi avrebbe dovuto tutelarlo: “C’era già una parte dell’Italia pronta a vederlo cadere nella polvere. Senza contare l’istinto tribale che prova godimento nel vedere distrutto un potente. Ora, con i social, tutto è ancora più rapido e visibile”.

La serie esplora anche il contesto più ampio: la Rai che lo emargina, l’indipendenza politica di Tortora e la sua lotta per la libertà dei media in un periodo dominato da monopoli e pressioni politiche.

Un presente segnato dal ritorno delle dittature

Dallo sguardo storico al presente, Gifuni non nasconde la sua preoccupazione per la situazione attuale: “Viviamo un nuovo Medioevo, segnato da suprematismo, razzismo, ritorno delle dittature e perdita dei valori democratici”. Per lui, cinema e teatro assumono un ruolo cruciale: se l’audiovisivo soffre per la saturazione di immagini e la velocità del racconto, il teatro resiste perché riporta “corpi vivi che riacquistano sacralità”.

Prepararsi a un ruolo impossibile

Per entrare nei panni di Tortora, Gifuni ha studiato documenti, libri, filmati e testimonianze, trasformando tutto in “carne e sangue” attraverso un processo di interiorizzazione che evita l’imitazione: “Non volevo interferenze, non volevo che qualcuno pensasse a un’imitazione di un’imitazione. Ho trovato una giusta distanza tra il mio corpo e il suo, la mia voce e la sua”.

Il regista Marco Bellocchio, definito da Gifuni “uno dei più grandi artisti contemporanei”, ha guidato l’attore in un percorso fatto di ascolto reciproco, assestamento e confronto continuo con gli altri interpreti.

Cinema e teatro, tra nostalgia e contemporaneità

Gifuni riflette anche sul cinema contemporaneo: “Viviamo anni terrificanti, ma tra molti anni questa epoca sarà riletta scoprendo cose buone che oggi non vediamo”. La velocità e la saturazione dell’audiovisivo mettono in difficoltà la profondità narrativa, mentre il teatro torna a essere spazio di catarsi e partecipazione collettiva.

L’attore ribadisce l’importanza del cinema e del teatro civile: “Il mio interesse non è nostalgico, ma un tentativo di capire cosa ci è successo, cosa siamo diventati e cosa siamo sempre stati”.

Impegno civile e responsabilità dell’attore

Come molti dei personaggi interpretati da Gifuni, anche Tortora traccia un percorso di impegno civile: “Prima di essere interprete, sono cittadino. Non riesco a informarmi e poi a chiudere e fare altro. Scelgo progetti che mi stanno a cuore perché raccontano l’orrore, la storia, la memoria”.

Il teatro, osserva Gifuni, ha un ruolo rinascimentale nella società odierna: “Più aumenta la riproducibilità delle immagini, più i corpi vivi riacquistano sacralità”.

Portobello e l’interpretazione di Fabrizio Gifuni ci ricordano che certe storie non si limitano a essere raccontate: vanno attraversate, sentite e comprese, perché la memoria collettiva è un antidoto contro l’ingiustizia e il ritorno dei tempi oscuri.

magazine Attualità