Gennaro Nunziante, il regista che ha cambiato la commedia italiana

Ritratto di Gennaro Nunziante, tra radici cattoliche, successo cinematografico e una comicità provocatoria che difende il lieto fine come forma di speranza.

Gennaro Nunziante è una figura centrale del cinema italiano contemporaneo, ma il suo percorso nasce lontano dai riflettori, in un contesto semplice e profondamente legato alla dimensione comunitaria. Prima dei record al botteghino e delle polemiche sulle sue commedie, c’è un ragazzo cresciuto a Bari, nel quartiere Libertà, formato tra famiglia, parrocchia e oratorio salesiano. È lì che matura l’idea che lo spettacolo possa diventare un mestiere, anche grazie all’incontro con un sacerdote appassionato di cinema, decisivo nel fargli intuire la forza delle immagini e delle storie.

La sua carriera non conosce scorciatoie. Nunziante attraversa una lunga gavetta fatta di cabaret, satira scritta e televisioni locali. Lavora per un giornale ironico come Il Davanti, poi passa da TeleBari a TeleNorba, dove affina uno stile che mescola comicità popolare, provocazione e osservazione sociale. In quegli anni firma e dirige programmi diventati cult, come quelli della coppia Toti e Tata, e format televisivi che ancora oggi circolano online. È nello stesso ambiente che individua il talento di Luca Medici, colpito da quella che definirà la sua particolare sensibilità musicale applicata alla comicità.

Prima dell’esplosione cinematografica con Cado dalle nubi nel 2009, Nunziante frequenta il cinema come sceneggiatore per registi diversi tra loro, da Cristina Comencini ad Alessandro D’Alatri. Con quest’ultimo collabora più volte e compare anche come attore in Casomai, interpretando un sacerdote. Un dettaglio che, col senno di poi, appare coerente con una visione del mondo in cui la dimensione spirituale resta sempre sullo sfondo, anche quando non è esplicitamente dichiarata.

Il successo con Checco Zalone segna un’epoca, ma non è lineare. Tra Quo vado? e Buen camino passa quasi un decennio, segnato da un allontanamento mai del tutto spiegato. I due avevano scelto di fermarsi per evitare che il successo diventasse, come ricordava Elias Canetti, “veleno per i topi”. Nel frattempo, Zalone si misura con la regia di Tolo Tolo, mentre Nunziante lavora con altri comici, spesso spingendosi verso territori volutamente scomodi: da Fabio Rovazzi a Pio e Amedeo, fino ad Angelo Duro, sempre con una comicità poco incline al politicamente corretto.

Il ritorno alla collaborazione è Buen camino, film che porta in superficie uno dei cardini del pensiero di Nunziante: la centralità del lieto fine. Per il regista non è una scelta consolatoria, ma una necessità esistenziale. «Il lieto fine è necessario per me, perché lo scopo della nostra vita è la gioia». Nel racconto del protagonista, un uomo ricco e cinico che scopre tardi il proprio ruolo di padre, si riflette una lettura critica del presente. «Viviamo in una società senza padri, oggi non si sa più neanche chi è l’uomo. Il film risponde a una domanda semplice: quest’uomo è partito che era padre ma non lo sapeva».

Nunziante parla raramente di sé, e quando lo fa preferisce contesti misurati. In quelle occasioni emergono confessioni sulla famiglia, sul lavoro e sulla fede, vissuta come chiave di lettura dell’umano. «Nella nullità dell’uomo c’è la rivelazione di Dio», aveva dichiarato aal settimanale Credere, spiegando anche il suo rapporto con il cinema: «Il cinema è un’arte lenta, non è seriale».

Nonostante l’apparente contrapposizione tra provocazione e spiritualità, Nunziante rivendica la coerenza del suo sguardo, anche quando difende le battute più discusse dei suoi film. «Bisogna guardare anche i finali. Se il personaggio prende coscienza di sé, tutte quelle battute, che facevano parte di un uomo ricco e cretino, lasciano il posto a una rigenerazione dalla miseria e follia». Una posizione che si allarga a una critica più ampia del presente: «Il sociale ha rotto le scatole, perché è fatto di menzogna. Veniamo da decenni dove l’elemento della spiritualità è stato deriso, ha prevalso il prestigio marxista rispetto alla dottrina sociale della Chiesa».

Oggi Nunziante continua a muoversi tra successo commerciale e riflessione personale, restando fedele a un’idea di cinema che, tra risate e provocazioni, punta sempre a un approdo finale: la possibilità di cambiare e di trovare, nonostante tutto, una forma di gioia.

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