In un’intervista rilasciata a Leggo, Fulminacci racconta il suo ritorno al Festival di Sanremo 2026, tra consapevolezza, fragilità e un nuovo inizio personale. Dopo l’esperienza del 2021, vissuta in un Teatro Ariston senza pubblico, oggi il cantautore romano torna con “Stupida sfortuna” e un disco in uscita che segna una svolta.
Nel 2021 aveva 23 anni e cantava davanti a una platea di palloncini, che per lui erano «il mio terrore più grande». Oggi torna sul palco con un’altra maturità e con un progetto nuovo, “Calcinacci”, in uscita il 13 marzo, che racconta una ricostruzione emotiva.
“Stupida sfortuna” e la responsabilità delle parole
Alla domanda se la sfortuna esista davvero o sia solo una scusa elegante, Fulminacci risponde senza esitazioni:
«Non è una scusa. Però a volte la usiamo così. Quando dico “starò più attento” intendo nelle cose e nelle persone. A quello che mi viene detto e a quello che dico. Si chiama responsabilità».
Il brano in gara parte da un’esperienza intima, ma si allarga a una dimensione più ampia:
«Parte dalla mia esperienza personale, poi diventa generazionale. Parla di rimanere soli, di barcamenarsi in questo tempo. Ma non nasce per rappresentare qualcuno, nasce per rappresentare me».
Il rapporto con Sanremo e le classifiche
Nel testo cita “classifiche e Sanremi”, ma chiarisce che non si tratta di una critica:
«No. Non è per nulla una critica. L’abbiamo scritta un anno e mezzo fa, senza sapere che sarei tornato a Sanremo. Mi faceva ridere usare “classifiche e Sanremi” come misura del tempo, invece che giorni o anni.
Però è vero: Noi addetti ai lavori ci parliamo così: era il Sanremo in cui ti sei fatto i capelli biondi, era il Sanremo di Baglioni, era il Sanremo di Amadeus».
E sulle classifiche ammette:
«Quando sono in vacanza. Quando ci sto dentro, ci sto dentro e lo rispetto, perché è il mio lavoro».
Rispetto alla prima partecipazione, oggi l’approccio è diverso:
«Avevo 23 anni, ma a livello televisivo ne avevo 12. Non sapevo nulla. Molte cose mi hanno mandato nel panico. Ora so come funzionano le telecamere, i tempi. Ho capito una cosa: aspetti ore e poi tutto si consuma in un secondo. Se non te lo godi, torni nel backstage e pensi: ma che ho fatto? Quindi oggi vorrei davvero proprio godermela tutta».
Il duetto con Francesca Fagnani
Per la serata cover sceglie “Parole parole” con Francesca Fagnani, in un duetto che promette di sorprendere:
«Volevo mischiare linguaggi. È un personaggio gigantesco e ha la capacità di stare simpatica a tutti. Le ho proposto l’idea e mi ha detto: mi stai simpatico, voglio divertirmi. E’ una cosa lontana dal suo mondo».
I ruoli saranno invertiti:
«Sì. Io canto la parte di Mina, lei recita quella di Alberto Lupo. È un gioco. La situazione è surreale: lei è attratta da me e ci prova. Avvolti da un’atmosfera quasi cinematografica. Cosa che a me appassiona molto».
“Calcinacci”: ricostruire dopo la fine
Il titolo del nuovo album è una metafora precisa. Alla domanda su cosa si sia rotto, Fulminacci risponde con sincerità:
«Una relazione molto importante. Mi sono ritrovato da solo dopo tanto tempo. Ho dovuto ricostruirmi. Ripartire dalle macerie».
Un disco che considera il più coerente della sua carriera:
«Sì. Qui c’è un filo conduttore forte, anche grazie alla produzione di Golden Years (Pietro Paroletti, ndr) che mi dirigerà anche al Festival».
Parallelamente ha realizzato un cortometraggio legato all’album:
«No. È un’opera di finzione. Non è un documentario. Non dico neanche che mestiere faccio. Sono un personaggio. È una storia che si chiude da sola. Ci saranno vari attori, tra cui Pietro Sermonti».
E sull’esperienza da attore:
«Molto. Sono il cantante che fa l’attore per raccontare qualcosa di suo. Se qualcuno mi mettesse in bocca parole non mie, lo valuterei con cautela».
Il rapporto con i numeri e le paure
In un’epoca dominata dalle metriche digitali, il cantautore confessa di non sentirsi a suo agio con le cifre dello streaming:
«Non riesco a capire i numeri di Spotify. Non so cosa sia tanto o poco. Gli unici numeri che capisco davvero sono quelli dei concerti, perché lì vedo le facce. Se davanti a me ci sono diecimila persone, quella quantità è concreta. Quella mi piace. Anche se basta che ne veda una con un’espressione strana e vado nel panico: penso subito di aver sbagliato qualcosa (ride, ndr)».
Infine, alla domanda su cosa tema oggi, risponde con lucidità:
«Di non essere attento. Di non pesare le parole. Di non accorgermi di quello che succede mentre succede».
Un ritorno a Sanremo che non è solo artistico, ma personale: un passaggio tra macerie e ricostruzione, tra palco e consapevolezza.