Il nuovo episodio del vodcast dell’Adnkronos, andato in onda oggi, ha visto Fabrizio Gifuni ospite per parlare del suo ruolo nella serie Portobello di Marco Bellocchio, disponibile su Hbo Max dal 20 febbraio. L’attore evoca Enzo Tortora, più che imitarlo, e riflette sull’importanza del dubbio, della memoria storica e della complessità della verità.
La lezione del caso Tortora
Riferendosi alla vicenda del celebre conduttore, Gifuni sottolinea:
“Dal caso Tortora dobbiamo imparare a dubitare, conservare aperta la strada del dubbio quando non abbiamo certezze, non avventandoci immediatamente nel gioco ‘per me questa persona ha colpe’ oppure essere innocentisti a tutti i costi. E questo vale per qualsiasi cosa, anche per la giustizia, per la politica o per un personaggio famoso. L’atteggiamento del popolo italiano non è cambiato, a cambiare sono i mezzi: oggi i social amplificano a dismisura il discorso della curva, tutto è molto aggressivo e polarizzato”.
Gifuni aggiunge:
“Il problema esiste da sempre. Cambiano i mezzi: prima c’erano i giornali e la tv, oggi ci sono i social. Ognuno ha la sua narrazione. Non esiste nulla di oggettivo. Per formarsi un’opinione bisogna cercare più angolazioni possibili, altrimenti ci si fossilizza. Il rischio è vivere tutto come una curva da stadio: o stai di qua o stai di là. E la complessità sparisce”.
Evocare Tortora senza imitare
L’attore racconta come ha costruito il suo personaggio:
“Tra me e Tortora è stato un incontro tra due corpi. Il Tortora privato devi immaginarlo, mettendo insieme i pezzi. Come per Moro: nessuno sa davvero chi fosse quando chiudeva la porta di casa. Io cerco sempre una sintesi tra il mio corpo e il corpo del personaggio. Non parto mai dall’imitazione. Se non c’è emozione, se non c’è umanità, la somiglianza non serve a nulla”.
Per non essere schiacciato dalla responsabilità nei confronti dei familiari, Gifuni non li ha incontrati prima delle riprese:
“Non ho incontrato la figlia di Enzo, Gaia, e nemmeno l’ultima compagna Francesca Scopelliti perché non volevo rimanere schiacciato dal senso di responsabilità e dalla paura di deludere qualcuno”.
Portobello, una storia che parla al presente
La serie racconta uno dei momenti più traumatici della storia recente e invita a riflettere sul presente:
“Una serie non risolve problemi così profondi. Il dibattito sulla giustizia è stato inquinato per decenni. Si fa di tutta l’erba un fascio, si semplifica, si aggredisce. Non ho fiducia nella giustizia, ma la ripongo negli spettatori: vengono trattati come bambini, ma non lo sono. Una serie complessa può accendere curiosità, spingere a rileggere la storia, soprattutto per le nuove generazioni”.
Gifuni ricorda come l’Italia non abbia mai fatto davvero i conti con Tortora: un Paese che lo ha seguito in 28 milioni davanti alla tv e poi lo ha abbandonato nel momento più buio.
Il teatro come esplorazione della Storia
Dal 30 marzo al 10 maggio Gifuni sarà in scena con Attraversando quei corpi: Moro e Pasolini, i fantasmi della nostra Storia, progetto realizzato con Emilia Romagna Teatro e la Cineteca di Bologna:
“Attraversarli significa continuare a interrogare il presente attraverso le loro parole, le loro ferite, le loro visioni”.
L’attore ha costruito intorno a questi lavori un progetto più ampio:
“Ho costruito un progetto di dodici proiezioni – otto film di finzione e quattro documentari – sull’Italia prima e dopo questi due corpi e un ciclo di otto incontri con storici, scrittori, registi, per parlare proprio di quegli anni”.
Curiosità e bilanci a 60 anni
In vista del suo sessantesimo compleanno il 16 luglio, Gifuni riflette sul tempo che passa:
“Ho un buon rapporto con il tempo che passa. Il teatro mi tiene in forma, il corpo è il nostro primo strumento. E poi ho un esempio straordinario davanti agli occhi: Marco Bellocchio, 86 anni e ancora capace di ascoltare tutti come se potesse imparare qualcosa di nuovo”.
Riguardo alla curiosità e alla crescita personale:
“La curiosità è un salvavita contro la pigrizia delle cellule, nell’essere scomodi, di uscire dalla propria zona di comfort e di ascoltare gli altri”.
Infine, sulla possibilità di dirigere film:
“Non lo escludo, ma per ora non c’è pericolo. Mi piace ancora troppo fare il mio lavoro. In teatro ho già diretto, al cinema ancora no”.