Trump evoca un intervento militare in Colombia e rilancia le minacce a Cuba e Groenlandia

Trump, rafforzato dall’operazione in Venezuela, minaccia possibili interventi militari in Colombia e rilancia le pressioni contro Cuba e Groenlandia, aumentando le tensioni internazionali.

L’offensiva geopolitica di Donald Trump nelle Americhe sembra tutt’altro che conclusa. Rinfrancato dall’operazione in Venezuela che ha portato al sequestro di Nicolás Maduro, il presidente degli Stati Uniti ha alzato ulteriormente il tono, suggerendo apertamente la possibilità di un intervento militare anche in Colombia e ribadendo le sue minacce nei confronti di Cuba e della Groenlandia.

Parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One durante il volo di rientro a Washington, Trump ha chiarito che la sua strategia va ben oltre il caso venezuelano. La dottrina Monroe, pilastro della sua visione geopolitica e formalizzata nella Strategia di Sicurezza Nazionale pubblicata il mese scorso, mira a rafforzare il controllo statunitense sull’intero continente americano, con l’obiettivo dichiarato di tenerlo lontano dall’influenza della Cina.

Interpellato sul presidente colombiano Gustavo Petro, Trump lo ha definito un “uomo malato”, accusandolo di permettere la produzione di cocaina destinata al mercato statunitense. “Non lo farà ancora per molto”, ha aggiunto. Alla domanda diretta se intendesse alludere a una possibile operazione militare in Colombia, Paese di 53 milioni di abitanti guidato da un presidente democraticamente eletto, il presidente ha risposto che l’idea “gli sembra buona”, alimentando ulteriormente le tensioni regionali.

Si tratta di un’escalation retorica che segue le dichiarazioni di sabato scorso, quando Trump aveva avvertito Petro di “stare attento”, dopo che il leader colombiano aveva denunciato l’operazione statunitense in Venezuela come un attacco alla sovranità nazionale. Le accuse rivolte a Petro ricalcano quelle utilizzate per giustificare il sequestro di Maduro: secondo Trump, non solo la Colombia sarebbe un hub del narcotraffico, ma il suo stesso presidente ne sarebbe complice.

Le minacce non si sono fermate alla Colombia. Trump ha preso di mira anche Cuba, principale alleato regionale del Venezuela, sostenendo che l’isola “sembra pronta a cadere”. “Cuba non ha più entrate. Viveva dei proventi del petrolio venezuelano”, ha affermato, aggiungendo che durante l’operazione in Venezuela “sono morti molti cubani”, in riferimento al personale di sicurezza inviato da L’Avana per proteggere Maduro.

Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha proclamato due giorni di lutto nazionale per i 32 cittadini cubani morti “in combattimento” durante l’incursione statunitense. In un duro comunicato, ha parlato di “onore e gloria ai combattenti cubani” caduti mentre affrontavano “terroristi con uniforme imperiale” che hanno sequestrato illegalmente il presidente venezuelano. Secondo il decreto ufficiale, i cubani erano in missione per conto delle Forze Armate Rivoluzionarie e del Ministero dell’Interno, su richiesta del governo di Caracas.

Sull’onda della dimostrazione di forza in Venezuela, Trump ha rilanciato anche una vecchia ossessione: l’annessione della Groenlandia. “Non preoccupatevi della Groenlandia per due mesi, parliamone tra venti giorni”, ha dichiarato. “Ci serve per una questione di sicurezza nazionale. È un territorio strategico, pieno di navi russe e cinesi”. Un concetto ribadito anche in una recente intervista a The Atlantic, nella quale Trump ha sostenuto che persino l’Unione Europea avrebbe interesse a un controllo statunitense dell’isola, che fa parte del Regno di Danimarca e quindi di un Paese membro della NATO e dell’UE.

Le parole del presidente americano hanno provocato una dura reazione da parte della premier danese Mette Frederiksen, che ha invitato Trump a cessare le sue minacce, sottolineando come gli Stati Uniti non abbiano “alcun diritto” di annettere territori appartenenti al Regno di Danimarca. Ulteriori polemiche sono nate dopo la pubblicazione, sui social, di una mappa della Groenlandia colorata con la bandiera americana da parte di Katie Miller, moglie del vice capo di gabinetto di Trump.

Nel frattempo, resta centrale la questione venezuelana. Alla domanda su chi governi attualmente a Caracas, Trump ha risposto in modo ambiguo, affermando che gli Stati Uniti stanno “trattando con le persone che hanno appena giurato”, riferendosi alla vicepresidente Delcy Rodríguez, presidente ad interim durante la transizione. Subito dopo, però, ha aggiunto una frase destinata a far discutere: “Non chiedetemi chi è al comando, perché la risposta sarà molto controversa. Siamo noi al comando”.

Parole che hanno costretto i membri della sua amministrazione, in particolare il segretario di Stato Marco Rubio, a precisare che l’obiettivo di Washington non sarebbe “governare” il Venezuela, bensì mantenere una forte pressione sul regime attraverso la minaccia militare. Rubio ha confermato che la flotta statunitense dispiegata nel Mar dei Caraibi resterà nella regione finché non si vedranno “cambiamenti concreti”, incluse elezioni e un maggiore accesso delle aziende americane alle risorse petrolifere del Paese.

Trump ha infine lanciato un duro avvertimento a Delcy Rodríguez, minacciandola di “un prezzo molto alto, probabilmente più alto di quello pagato da Maduro” se non farà “ciò che è giusto”. E ha chiarito cosa intende: “Vogliamo accesso a tutto ciò che chiediamo: petrolio, strade, ponti. Tutto quello che esigeremo dovrà esserci concesso”.

In serata, la presidente ad interim venezuelana ha risposto con un tono più conciliante, invocando “pace e dialogo, non guerra”. Un appello che contrasta con la crescente aggressività della Casa Bianca e che lascia intravedere uno scenario internazionale sempre più teso e imprevedibile.

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