La Zitella, storia di Natale letta da Malika Ayane

La cantautrice Malika Ayane legge "La zitella", una delle storie inclusive del "Natale in casa Kiss Kiss".

Malika Ayane è tra i protagonisti del “Natale in casa Kiss Kiss“.
Storie inclusive lette da grandi artisti della musica italiana.

Il Natale è la festa della tradizione per eccellenza, ma è in grado di adattarsi ai tempi e ai luoghi.
È la ricorrenza in cui ci si ritrova in famiglia, ma non sempre questo significa sentirsi a casa.
A Natale tutti hanno il diritto di “sentirsi a casa”, anche quelli che vivono da soli e lontani dai propri cari, come anche quelli che, nonostante vivano il Natale in famiglia, “a casa”, davvero, non si sono mai sentiti.

Radio Kiss Kiss propone quattro storie per un Natale differente, sorprendente, non conforme. Un Natale inclusivo!
Si tratta di racconti che parlano di persone in situazioni in cui è inevitabile sentirsi soli, abbandonati, non accettati; incompresi, incompiuti. Ma poi scopriranno che esistono tante insospettabili forme di famiglia in grado di accogliere, sostenere, proteggere. Perché è importante per chiunque sentirsi a casa.

La Zitella” è la storia di una donna libera che non vuole sottostare ai dettami sociali e che lavora in una casa famiglia.
Questa storia natalizia del “Natale in Casa Kiss Kiss” è letta da Malika Ayane.

Le altre storie inclusive del “Natale in casa Kiss Kiss”:

La Zitella” – TESTO

In una grande città del Nord sarebbe stata una donna single e indipendente, magari con un profilo su Tinder e relativi match da commentare durante gli aperitivi con le amiche. Ma nel paese del Sud in cui viveva, Adele era ancora una zitella.

Alla soglia dei cinquant’anni aveva ormai abbandonato da tempo l’idea di trovare un uomo con cui accasarsi. Non che fosse mai stata una sua priorità. In gioventù l’aveva sicuramente valutata come possibilità, ma certamente non come un’esigenza su cui concentrarsi troppo e per cui investire tempo ed energie. Se fosse capitato di incontrare qualcuno con cui costruire una relazione appagante, bene; altrimenti sarebbe andata tranquillamente avanti con la propria vita. Insomma, al matrimonio non aveva mai pensato granché. Di sicuro nettamente meno rispetto alle sue concittadine, coetanee e non. Di conseguenza non era mai rientrato tra i suoi interessi neppure il rendersi attraente e appetibile agli sguardi altrui. Il suo abbigliamento non apparteneva pienamente al XXI secolo. Indossava indumenti che si rifacevano a un’idea del femminino senza tempo, prediligendo la comodità rispetto al bello stile. I vestiti da signora di campagna e i maglioni del mercato rionale la rendevano più simile alle anziane del Dopoguerra che alle dinamiche cinquantenni dell’Occidente contemporaneo. Anche da ragazzina aveva sempre preferito le tute ai vestitini alla moda e alle camicette civettuole.

Per quanto non le interessasse stare al passo coi tempi e coi dettami sociali che vogliono la donna moglie e madre superata una certa età, talvolta le era inevitabile avvertire il peso di certe occhiate da parte dei suoi compaesani. Erano sguardi che la facevano sentire… incompleta. Tutti si rapportavano a lei come se le mancasse qualcosa, come se fosse pressoché alla stregua di una povera bisognosa, di una sventurata a cui la vita aveva negato la gioia di una famiglia. E se nessuno l’aveva presa per metter su famiglia, sicuramente era perché doveva avere qualcosa che non andava.

E dire che era proprio una famiglia ad assorbirla totalmente, anima e corpo; o meglio, una specie di famiglia: per la precisione, una casa-famiglia. Da tanti, tantissimi anni, Adele lavorava infatti come cuoca in una casa-famiglia. E il suo lavoro era il suo unico pensiero. Si occupava dei bambini ospitati nella struttura con dedizione assoluta. Non c’era spazio per svaghi, vezzi e hobby nella sua vita: per lei quella era una missione. Una missione da portare avanti col sorriso, al contempo con serietà e leggerezza, massimo piacere e rigoroso senso del dovere.

In teoria avrebbe dovuto occuparsi solo della cucina; in pratica si trovava a svolgere qualsiasi mansione che un ruolo di cura possa richiedere. Era un punto di riferimento per tutti, dai colleghi ai bambini, dagli assistenti sociali agli insegnanti; un pilastro su cui sembrava che si reggesse l’intera casa-famiglia. Su Adele ognuno poteva sempre contare.

Cucinare le piaceva. Le era sempre piaciuto. Se con l’abbigliamento e lo stile di vita non era mai stata al passo coi tempi, con la cucina le era invece sempre riuscito alla grande. Amava tenersi aggiornata, seguire le ultime tendenze e gli sviluppi della gastronomia; leggeva continuamente i libri di ricette dei grandi chef e aveva imparato a usare il computer e lo smartphone solo per poter vedere video di cucina su YouTube. Questo perché aveva compreso che il cibo era nutrimento e convivialità, piacere e salute, sostentamento e benessere. Attraverso il cibo, sentiva di star facendo qualcosa di importante per i bambini: li rendeva sempre più sani, sempre più forti e sempre più contenti. Con le sue pietanze e i suoi manicaretti, sentiva di contribuire in modo determinante al loro sviluppo e alla loro crescita. Ed era decisamente abile, considerando che con lei i bambini mangiavano sempre tutte le verdure senza alcuna esitazione e senza alcun capriccio. Adele aveva intuito che non è vero che ai bambini non piacciono le verdure: ai bambini non piacciono le verdure cucinate male come fanno solitamente gli adulti. D’altronde a chi potrebbero piacere gli spinaci lasciati a bollire per tre quarti d’ora, come fa gran parte delle mamme? Alla fine rimane giusto della cellulosa. Tanto vale masticare un foglio di carta assorbente. Per Adele era una sfida continua trovare sempre nuovi modi di rendere appetitose anche le verdure solitamente più bistrattate nell’infanzia e nell’adolescenza.

Il periodo di Natale era quello in cui risultava più evidente che l’importanza di Adele nella casa-famiglia non si limitava solo al riempire gli stomaci e dilettare gli esigenti palati dei bambini. Era lei infatti che pensava al presepe, all’albero, agli addobbi, coordinando quel vociante gruppo di ragazzini pervasi da un’euforia natalizia difficile da gestire e tenere sotto controllo; era lei che ascoltava una a una le poesie di Natale imparate da ogni piccolo ospite, sincerandosi che tutti le avessero memorizzate a dovere; ed era lei a organizzare i giochi e le sorprese che avrebbero reso speciale e indimenticabile il Natale per ognuno di quei bambini che adorava.

L’attesa era stata trepidante come sempre, e alla fine la sera del 24 dicembre arrivò anche quell’anno, con tutta la sua mole di sogno e tradizione.
Adele aveva preparato un cenone da leccarsi i baffi. I bambini e le poche persone che lavoravano nella casa-famiglia erano riuniti a tavola. Non era facile contenere l’entusiasmo dei bambini, ma i piatti e il garbo di Adele riuscirono a tenerli tutti incollati alle sedie fino alla fine del pasto. A nessun bambino era però sfuggito un particolare: sotto l’albero non c’era alcun pacco. Era infatti consuetudine della casa-famiglia scartare i regali dopo il cenone. Sarebbe stato forse quello un Natale senza regali?

I pensieri dubbiosi dei bambini vennero interrotti da uno scalpiccio e uno scampanellio che provenivano dall’esterno della casa. Adele invitò tutti a coprirsi per bene con sciarpe, cappelli, guanti e cappotti e uscire a vedere. Grande fu lo stupore che si dipinse sui volti dei bambini quando, aprendo la porta, videro fuori del giardino un carro trainato da renne su cui troneggiava proprio lui: Babbo Natale.

Adele quell’anno aveva fatto le cose in grande: si era accordata con il proprietario di un maneggio per mettere delle finte corna da renna a dei cavalli, camuffandoli con dei tessuti che nella penombra di una notte d’inverno, su una stradina di paese poco illuminata da flebili lampioni, avrebbero fatto sembrare i cavalli delle vere e proprie renne; il proprietario del maneggio si era offerto di condurre egli stesso il carro e impersonare Babbo Natale.

Adele osservava quei bambini pazzi di gioia mentre Babbo Natale distribuiva loro i regali e, forse per la prima volta, si sentì madre: madre di ogni bambino della casa-famiglia, madre di ogni bambino che c’era stato in passato e di ogni bambino che ci sarebbe stato in futuro; madre anche di quelli passati di là anche solo per pochi giorni o per poche ore e che non avevano fatto neppure in tempo a imparare il suo nome; madre tante volte, madre ogni volta che aveva contribuito e che avrebbe contribuito a migliorare la vita di bambini che erano stati meno fortunati di altri; madre tutte le volte che aveva dato e che avrebbe dato loro speranza, sorrisi, sicurezza, affetto. E pastasciutta, sì. E verdure, che come le faceva lei, nessun’altra mamma al mondo.

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