La camera di Martina, storia di Natale letta da Alessandra Amoroso

La cantante Alessandra Amoroso legge "La camera di Martina", una delle storie inclusive del "Natale in casa Kiss Kiss".

Alessandra Amoroso è tra i protagonisti del “Natale in casa Kiss Kiss“.
Storie inclusive lette da grandi artisti della musica italiana.

Il Natale è la festa della tradizione per eccellenza, ma è in grado di adattarsi ai tempi e ai luoghi.
È la ricorrenza in cui ci si ritrova in famiglia, ma non sempre questo significa sentirsi a casa.
A Natale tutti hanno il diritto di “sentirsi a casa”, anche quelli che vivono da soli e lontani dai propri cari, come anche quelli che, nonostante vivano il Natale in famiglia, “a casa”, davvero, non si sono mai sentiti.

Radio Kiss Kiss propone quattro storie per un Natale differente, sorprendente, non conforme. Un Natale inclusivo!
Si tratta di racconti che parlano di persone in situazioni in cui è inevitabile sentirsi soli, abbandonati, non accettati; incompresi, incompiuti. Ma poi scopriranno che esistono tante insospettabili forme di famiglia in grado di accogliere, sostenere, proteggere. Perché è importante per chiunque sentirsi a casa.

La camera di Martina” è la storia di una giovane ragazza che sta affrontando l’adolescenza, periodo reso ancora più difficile dalla separazione dei suoi genitori.
Questa storia natalizia del “Natale in casa Kiss Kiss” è letta da Alessandra Amoroso.

Le altre storie inclusive del “Natale in casa Kiss Kiss”:

La camera di Martina” – TESTO

L’adolescenza è una foresta intricata, un luogo impervio, un territorio misterioso. L’adolescente è l’esploratore del Settecento e dell’Ottocento: pronto a lanciarsi alla scoperta di meraviglie benché privo di mezzi sufficienti, oppure membro di una spedizione suo malgrado, magari perfino controvoglia; possono attenderlo tesori inestimabili o può perdersi per sempre; può smarrire la strada e ritrovarla affidandosi alle stelle o ad antiche mappe o al proprio intuito o a un’attenta analisi del terreno, dei corsi d’acqua e dei venti; per alcuni il viaggio nell’ignoto può essere fatale, altri possono fare ritorno carichi di esperienze memorabili; può confermare le proprie convinzioni o stravolgerle, mostrando nuovi orizzonti e offrendo sorprese rivoluzionarie per la conoscenza; per alcuni esploratori raggiungere la meta è tutto, per altri ciò che conta è il percorso. In ogni caso, l’esplorazione lascerà segni indelebili, belli o brutti che siano.

Martina si trovava nel bel mezzo della propria esplorazione. Si era lasciata alle spalle le rassicuranti praterie dell’infanzia da qualche anno e portava avanti una faticosa scalata sulle vette dell’Himalaya. La sua cameretta era il campo base. Un rifugio sicuro, un riparo dalle intemperie dove recuperare le forze necessarie per affrontare le tormente di neve della vita.

Anche se faticava ad ammetterlo a se stessa, la separazione dei genitori aveva rappresentato per lei un uragano. A 16 anni era ancora ben lungi dall’essere adulta, ma non era nemmeno più una bambina: era una ragazza sveglia e profonda, e sapeva già come andavano certe cose; era cosciente che le separazioni rientravano nell’ordine delle cose, che potevano succedere e che non erano una tragedia come spesso le si vuole far passare. Ma certo è che la fine dell’amore tra suo padre e sua madre era avvenuto proprio durante il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, e tutte le certezze che aveva quando era una bambina erano crollate nel modo più fragoroso e repentino possibile, tutte insieme. Se un graduale smottamento è naturale e perfino auspicabile per una crescita sana e corretta lungo il cammino verso la maturità, gestire una valanga non è mai cosa semplice, nemmeno per il più esperto degli alpinisti.

L’amore può non essere eterno, e questo una persona adulta, razionale e compiuta lo sa, e sa farci i conti. Eppure, nonostante ciò, la frattura del sogno dell’amore imperituro riesce a bruciare anche l’animo più navigato, saldo e consapevole. Per un ragazzino, la certezza dell’amore inscalfibile è l’alcova più rassicurante, la stella polare che dà speranza anche nelle notti più buie, il sole immobile che tutto illumina e riscalda dal centro del sistema intorno al quale orbitano tutti i pianeti. Scoprire che l’amore può finire – e per di più l’amore tra i propri genitori, queste incrollabili figure monumentali – era stato per Martina un terremoto, il tramonto del sole e l’arrivo dell’inverno più rigido. Aveva saputo andare avanti, orientandosi nel buio e nel freddo, avanzando lungo il sentiero della crescita con forza d’animo, intelligenza e agilità, ma qualcosa le era rimasto dentro a velare d’una leggera malinconia il suo sorriso.

Era rimasta a vivere con la madre, con la quale il rapporto era via via diventato sempre più conflittuale. Il grande affetto e lo stretto legame reciproco era fuori discussione, ma le incomprensioni generazionali e le asperità della quotidianità avevano in qualche modo inquinato la loro relazione.

Sua madre pretendeva sempre tanto da lei, forse troppo. C’era sempre qualcosa che non andava: voleva che studiasse e che fosse tra le migliori della classe; voleva che desse una mano in casa, ma poi si lamentava se non svolgeva le mansioni nel modo esatto che aveva in mente; voleva che non uscisse, ma poi si lamentava se Martina preferiva restare chiusa in camera a giocare coi videogiochi. “Non puoi uscire come tutte le altre ragazze della tua età invece di rimbambirti davanti allo schermo?”. Ma qualora fosse uscita, le avrebbe detto: “Non potevi rimanere a casa a studiare invece di bighellonare in giro?”. Lo stress che sua madre accumulava nella vita si riversava inevitabilmente su Martina. Non lo faceva apposta. Sua madre non era certo una persona cattiva o poco empatica. Semplicemente, talvolta la vita conduce le persone ad apparire peggiori di quanto siano in realtà. Questo Martina forse lo capiva, o forse no. Fatto sta che spesso in casa si sentiva sola. Stare sola le piaceva; era sentirsi sola che non le piaceva affatto. E ciò che le piaceva ancora meno era sentirsi incompresa.

Aveva mantenuto un buon rapporto col padre, ma non lo vedeva poi così spesso, presi com’erano dalle rispettive vite e dai rispettivi impegni.

Martina amava trascorrere le giornate (e spesso anche le nottate) giocando ai videogiochi. Non era solo intrattenimento tanto per perdere tempo: la sua era una passione che era cresciuta fino a diventare quasi travolgente. Adorava perdersi in quei mondi incantati e fantasmagorici, densi di personaggi, sfide, rompicapo, paesaggi impossibili eppure così reali di fronte ai suoi occhi attenti. Vi si assorbiva con tutta la concentrazione di cui era capace, approfondendo ogni dettaglio, studiando con attenzione certosina tutto ciò che riguardava il mondo del gaming e sognando un giorno di diventare lei stessa creatrice di mondi fantastici su cui far sognare tante altre persone. La madre non concepiva come quello dei videogiochi potesse diventare un lavoro. Quando ne parlavano a tavola, storceva il naso o finiva tutto in una discussione senza possibilità di dialogo e punti d’incontro. Ancora peggio andava quando si trattava dell’altra grande passione che Martina aveva cominciato a nutrire: quella per i piercing e i tatuaggi. Per la madre era stato già eccessivo vedere la figlia coi capelli blu, figurarsi come avrebbe potuto reagire vedendola con piercing o tatuaggi. Ma Martina non aspettava altro che i 18 anni per poter iniziare a trasformare il proprio corpo in una tela pittorica e in un’installazione artistica.

Il Natale si stava avvicinando ed era successo qualcosa che Martina non si sarebbe mai aspettata. Qualcosa che nemmeno le stesse persone che l’avevano organizzata si sarebbero mai aspettate: sua madre e suo padre avevano deciso di trascorrere il Natale tutti insieme, comprese le persone che stavano frequentando. Non solo: sia la compagna del padre che il compagno della madre avrebbero portato i loro figli avuti dai precedenti matrimoni. Martina aveva visto pochissime volte e sempre di sfuggita sia la compagna del padre che il compagno della madre. Erano entrambe relazioni piuttosto recenti, quindi men che meno aveva avuto modo di conoscere i figli.

Martina era stupita, contenta e spiazzata allo stesso tempo. Sentiva, sapeva che era una cosa bella, un gesto inaspettato e di grande nobiltà d’animo da parte dei propri genitori, ma era anche in qualche modo destabilizzante. Come sarebbe stato? Come avrebbe reagito? Come avrebbero reagito tutte le altre persone coinvolte?
Il pranzo si sarebbe svolto in casa di Martina.

La mattina di Natale, verso mezzogiorno, Martina se ne stava in camera, cercando di distrarsi con i videogiochi per non patire troppo l’attesa degli ospiti. Suonò il citofono.
“Martina, puoi andare ad aprire tu? Sono impegnata in cucina.”
Con una leggera agitazione, Martina si alzò dalla scrivania per andare a fare gli onori di casa. I primi ad arrivare furono il padre con la propria compagna insieme al figlio e alla figlia di lei, il primo coetaneo di Martina, la seconda appena ventenne. Si salutarono con un minimo fisiologico di imbarazzo e Martina fece accomodare tutti quanti. Poco dopo arrivarono anche il compagno della madre e il figlio diciottenne.

Qualche convenevole e il pranzo iniziò. La lieve tensione iniziale si sciolse subito e il pranzo scorse tra chiacchiere serene e sorrisi sinceri. Martina scoprì che la figlia della compagna del padre era una tatuatrice che aveva iniziato da poco a lavorare in uno studio piuttosto noto in città ed era stata proprio la madre ad accompagnarla a fare il primo piercing e il primo tatuaggio. Col fratello e col figlio del compagno della madre parlarono a lungo di videogiochi e di musica, e il compagno della madre intervenne più volte con competenza e vivo interesse su entrambi gli argomenti. Tutti avevano un modo splendido di porsi, accogliente e senza giudizi. Il compagno della madre e la compagna del padre erano comprensivi e mai autoritari, prodighi di consigli e dolcemente empatici. I loro figli, beh, le sembrò di conoscerli da sempre, come se fossero dei suoi vecchi amici e non degli estranei coi quali si era presentata poco prima.

Martina avvertì per tutta la durata del pranzo un piacevole calore crescerle nel petto e pervaderle le membra e la testa: era il tepore della felicità. Si guardò intorno spesso, osservando i volti di tutti i presenti. Così comprese: comprese che c’era qualcuno che poteva comprenderla, che sapeva comprenderla, e quel qualcuno erano persone a lei vicine, molto vicine; così vicine da essere, di fatto, la sua famiglia, una nuova, strana, bellissima famiglia allargata. E soprattutto comprese che le separazioni possono anche essere dei magnifici moltiplicatori di amore.

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