Alla vigilia della prima sfilata senza Giorgio Armani, Leo Dell’Orco apre il cassetto dei ricordi e racconta al Corriere della Sera una storia d’amore e di vita che ha attraversato decenni, lavoro, quotidianità e una perdita difficile da elaborare. Lo fa con la voce pacata di chi ha imparato a convivere con l’assenza, senza cancellare nulla.
«Il primo periodo è stato strano. Mi mancava la persona. Poi mi sono abituato. Sono tranquillo». Dopo la scomparsa dello stilista, avvenuta a settembre, Dell’Orco ha scelto di lasciare intatto il mondo di Armani dentro la loro casa: «In casa, al secondo piano, ho lasciato tutto com’era e sto dalla mia parte. Dalla sua non entro. Non ho toccato nulla. Da quel giorno non mi va». Gli spazi comuni restano abitati dai suoi animali, presenza silenziosa e rassicurante di una vita che continua.
Il loro legame era fatto di lavoro e affetto, confronto e caratteri forti. Armani, perfezionista e accentratore, aveva però preparato chi gli stava accanto a un futuro senza di lui: «Oggi tutti noi ci accorgiamo che abbiamo imparato a essere e decidere». Non senza attriti: «Io non ci riuscivo a non contraddirlo. “Non mi piace”, gli dicevo». Discussioni che non lasciavano strascichi: «Io dimentico e non serbo mai rancori. Mi sveglio sempre di buon umore».
Il primo incontro sembra il prologo di un film: un cane smarrito, i giardini di piazzale Libia, una vacanza improvvisata a Lampedusa. «Incontriamo questo cane che se ne andava in giro da solo. Cerchiamo il padrone, era Giorgio». Da lì, un invito a casa, una chiacchierata, poi la proposta inattesa di sfilare: «“Nudi tutti e due!”, ci disse Irene quando arrivammo». L’imbarazzo iniziale lasciò spazio a un percorso che avrebbe cambiato per sempre la vita di Dell’Orco.
All’epoca lavorava alla Snam, ma il richiamo del mondo Armani era ormai irresistibile. Si licenziò ed entrò negli uffici di via Durini, condividendo con Giorgio una routine rigorosa fatta di palestra, lavoro, pasti cadenzati e poche distrazioni. «Una vita sana, scandita da dieta e sonno». Le serate erano semplici: casa, cinema, basket, qualche uscita selezionata. Armani non amava staccare: «Il lavoro era anche il suo hobby».
Il momento più duro è arrivato con la malattia. «Solo in quel momento è stata durissima. Andavo a dormire la sera non sapendo se lo avrei trovato il mattino dopo». Giorgio aveva capito: «“Non ho più voglia, non ho più voglia”». Una consapevolezza affrontata senza mai cambiare il modo di stare insieme, fino alla fine.
Oggi Dell’Orco vive una nuova responsabilità, personale e professionale. «Prima avevo, avevamo, la scusa “c’è Giorgio”. Ora ci siamo noi e dobbiamo decidere e stringere. E non è facile». Anche la prima sfilata senza di lui è un passaggio delicato, fatto di scelte e misura, proprio come Armani avrebbe voluto.
Dell’Orco non crede nell’aldilà, ma il legame non si è spezzato: «Vado al cimitero e poi pranzo al Falco, il nostro ristorante». E resta il sorriso, tenero e malinconico, nel ricordare quella proposta finale: «“Leo, c’è posto anche per te qui, se ti va”». La risposta, ancora oggi, è sospesa: «Ci penso Giorgio, ci penso».
