La “maledizione dei giganti”: perché i giocatori NBA più alti muoiono prima

Uno studio scientifico su oltre 4.300 ex giocatori NBA rivela che l’altezza estrema e l’etnia aumentano il rischio di morte precoce dopo il ritiro, soprattutto per malattie cardiovascolari e tumori.

Per anni è stata solo una sensazione che aleggiava negli spogliatoi e nei corridoi della NBA, un sospetto mai davvero dimostrato. Oggi, però, la scienza mette nero su bianco quello che molti ex campioni temevano: l’altezza estrema, unita a specifici fattori etnici, può trasformarsi in un rischio concreto per la salute dopo il ritiro.

Tutto affiora pubblicamente nel febbraio del 2016, quando Larry Bird rompe il silenzio durante un’intervista a ESPN e pronuncia una frase che scuote il mondo del basket:
“So che le persone della mia statura non vivono a lungo”.
Un’affermazione che nasce dalla preoccupazione per la scomparsa prematura di colleghi come Moses Malone, morto nel 2015 a soli 60 anni, o Darryl Dawkins.

Quella frase diventa il punto di partenza di una delle ricerche più ambiziose mai realizzate sulla longevità dei giocatori NBA.

Dieci anni di studio per rispondere a una paura

Come riportato da El Mundo Deportivo, a raccogliere la sfida è un gruppo di ricercatori spagnoli che, nell’arco di un decennio, costruisce una vera e propria “trilogia” scientifica (2019-2026). Il lavoro coinvolge economisti, statistici, cardiologi ed esperti di sport, coordinati da José A. Martínez (UPCT) e affiancati, tra gli altri, da Klaus Langohr, Luciano Consuegra-Sánchez, Luis Asensio-Payá e Martí Casals.

Il risultato è il database più ampio mai utilizzato sull’argomento: 4.374 giocatori NBA analizzati, dalla nascita della lega nel 1946 fino ai giorni nostri.

Cercare dati che non esistevano

Il primo ostacolo è stato paradossale: la NBA non dispone di un registro ufficiale sulla mortalità dei suoi ex giocatori. I ricercatori hanno quindi dovuto ricostruire ogni singolo profilo incrociando statistiche sportive, archivi giornalistici e necrologi, verificando con estrema precisione altezza, carriera e data di morte.

Da questa enorme mole di dati emerge una prima verità solo apparentemente rassicurante: in media, un giocatore NBA vive più a lungo della popolazione generale. Ma all’interno di questa élite esistono forti disuguaglianze.

Quando l’altezza diventa un problema

Nella popolazione comune, essere alti è spesso associato a una migliore salute cardiovascolare. In NBA accade l’opposto.
Lo studio mostra che ogni centimetro in più di altezza aumenta il rischio di morte del 2%.

L’analisi più recente, pubblicata nel 2026, è ancora più chiara:

  • +13% di rischio cardiovascolare ogni 5 centimetri aggiuntivi
  • +10% di rischio di morte per cancro con lo stesso incremento di statura

La spiegazione sta in una sorta di “curva a U”: una statura elevata protegge fino a un certo punto, ma superata una soglia – quella tipica degli standard NBA, con una media di 1,98 metri – il cuore è sottoposto a uno stress meccanico costante. Inoltre, i processi biologici che consentono una crescita ossea così estrema potrebbero favorire, indirettamente, lo sviluppo di patologie tumorali.

Il fattore etnico: un divario che pesa

Uno degli aspetti più delicati dello studio riguarda la componente etnica. I giocatori afroamericani, pur vivendo più a lungo rispetto alla popolazione afroamericana generale, presentano un rischio di morte cardiovascolare nettamente superiore rispetto ai colleghi bianchi.

I numeri parlano chiaro:

  • +69% di rischio cardiovascolare per i giocatori afroamericani
  • A 75 anni, il 15% muore per cause cardiache, contro il 10% dei giocatori di origine europea

Non è solo una questione genetica. Secondo i ricercatori, entra in gioco una “tempesta perfetta” fatta di predisposizioni biologiche alla ipertrofia cardiaca e disuguaglianze storiche nell’accesso alle cure. Molti ex giocatori delle generazioni passate, lontani dagli stipendi attuali, hanno perso la copertura sanitaria d’élite proprio nel momento più vulnerabile della loro vita.

Dopo l’ultima partita, la sfida più importante

Il messaggio finale della ricerca è diretto e urgente: il ritiro sportivo non può coincidere con l’abbandono medico.
I dati indicano chiaramente che i giocatori più alti e quelli di ascendenza africana necessitano di protocolli di prevenzione mirati, controlli più frequenti e un monitoraggio che continui ben oltre la carriera agonistica.

Larry Bird aveva intuito il problema anni fa. Oggi, grazie alla scienza, non solo sappiamo che quel timore era fondato, ma abbiamo anche gli strumenti per cambiare il finale: fare in modo che le stelle della NBA continuino a brillare, senza spegnersi troppo presto.

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