Alberto Trentini ha scelto il salotto di Che tempo che fa per raccontare per la prima volta la sua esperienza di detenzione in Venezuela. Ospite di Fabio Fazio sul Nove, il cooperante veneziano, liberato dopo 423 giorni, ha ripercorso le tappe di un periodo segnato dall’isolamento, dalla paura e da una progressiva presa di coscienza della propria condizione.
L’arresto al posto di blocco
La vicenda inizia il 15 novembre 2024, a Guasdualito, vicino al confine con la Colombia. Trentini viene fermato a un posto di blocco mentre si sta spostando verso Caracas. Dopo circa un’ora arrivano gli agenti del controspionaggio militare. Con lui viene arrestato anche il tassista che lo accompagnava, rilasciato solo pochi giorni fa.
Nel racconto a Fabio Fazio, Trentini spiega:
“Mi hanno guardato il passaporto, si sono subito incuriositi, mi hanno chiesto di stare lì, di non andarmene, hanno fatto delle telefonate e dopo circa un’ora si è presentato il controspionaggio militare che mi ha obbligato a consegnargli il cellulare. Mi hanno portato in una stanza e mi hanno fatto un lungo interrogatorio di circa quattro ore”.
La macchina della verità
Due giorni dopo il fermo, la situazione cambia ulteriormente.
“Due giorni dopo il fermo mi hanno trasportato in una bella casa di Caracas, poi mi hanno portato in una stanza molto calda dove mi hanno sottoposto alla macchina della verità“, racconta. Un passaggio che segna l’inizio di una lunga fase di pressione psicologica, fatta di interrogatori e attese senza spiegazioni.
La “vasca” prima del carcere
Prima del trasferimento al carcere di El Rodeo, Trentini trascorre dieci giorni nella cosiddetta “vasca” o “pescera”. Una stanza separata dal resto del mondo da un vetro unidirezionale.
“Era una stanza con un vetro che separava me dal resto del mondo, e quelli fuori potevano vedermi senza che io potessi vedere loro. Mi hanno costretto a rimanere seduto tutto il giorno, dalle sei di mattina alle nove di sera, senza potermi muovere né parlare. Era una situazione molto opprimente, ma era una delle tante difficoltà che ho dovuto affrontare”.
All’arrivo erano circa venti persone, diventate sessanta al momento del trasferimento. L’aria condizionata era tenuta al massimo e bisognava restare seduti per quindici ore consecutive ogni giorno.
La vita nel carcere di El Rodeo
Nel carcere di El Rodeo, alla periferia di Caracas, le condizioni di detenzione si rivelano estremamente dure. Trentini racconta celle di due metri per quattro, condivise con un altro detenuto, con una turca che fungeva sia da latrina sia da doccia.
L’acqua era disponibile solo due volte al giorno, in orari stabiliti dall’amministrazione. “In ogni cella stavamo in due“. I trasferimenti da una cella all’altra avvenivano senza spiegazioni:
“I cambi di cella non erano mai giustificati, come nessuna azione all’interno del carcere era giustificata, almeno a noi. Venivano, dicevano di vestirti, di prendere le tue poche cose, e ti cambiavano di cella”.
Sopravvivere senza contatti con l’esterno
Durante la detenzione, Trentini non aveva penne né carta, né possibilità di svago. Gli occhiali gli erano stati sequestrati e solo grazie ad altri detenuti è riuscito a procurarsene un paio di fortuna. Per contare i giorni usava un pezzetto di gesso, mentre per distrarsi giocava a scacchi con una scacchiera improvvisata:
“Mi hanno regalato questa scacchiera con tutte le pedine fatte con carta igienica, sapone e acqua, quelle nere un po’ colorite col caffè. Questo era il più bel regalo perché alla fine mi permetteva di giocare con le coordinate, con la cella di fronte”.
La paura e l’isolamento
Trentini racconta di aver temuto di essere ucciso solo durante l’arresto, quando la camionetta su cui viaggiava aveva imboccato una strada di campagna. In carcere, invece, la paura principale era quella della tortura. Pur non avendo subito violenze fisiche, la pressione psicologica è stata costante. Per mesi non ha avuto contatti con l’esterno e non sapeva cosa stesse accadendo fuori. La prima telefonata con la madre è arrivata sei mesi dopo l’arresto.
La scoperta di essere una pedina di scambio
La consapevolezza arriva nel gennaio del 2025. Il direttore del carcere spiega a Trentini e ad altri detenuti la loro reale condizione:
“Verso gennaio dell’anno scorso, senza tanti giri di parole, il direttore del carcere ci ha detto che eravamo delle pedine di scambio. Lo hanno detto a tre detenuti che ce l’hanno riferito”.
Da quel momento, Trentini capisce che non c’è stata alcuna convalida dell’arresto e che molti stranieri si trovano nella stessa situazione:
“Ci siamo resi conto che non c’era stata la convalida dell’arresto e che tantissimi stranieri, eravamo 92, erano messi negli stessi padiglioni e tutti avevano delle storie simili, qualcuno era stato preso in transito addirittura nell’aeroporto di Caracas”.
Una testimonianza che resta
Il racconto di Alberto Trentini a Che tempo che fa non è stato solo la cronaca di una prigionia, ma la testimonianza diretta di un sistema in cui persone comuni diventano strumenti di pressione politica. Un racconto asciutto, senza enfasi, che restituisce il peso reale di 423 giorni vissuti lontano dalla libertà.
