Stefano Accorsi: “La terapia è stata fondamentale per me. I miei ruoli preferiti sono…”

Su Radio Kiss Kiss, Stefano Accorsi ha raccontato del suo nuovo ruolo in "Ipersonnia", spaziando sulle sue esperienze personali.
Stefano Accorsi è stato ospite di Lucilla in Stasera…che serie!

Buongiorno a Stefano Accorsi, bentornato! Ci eravamo sentiti quando avevi lanciato “Vostro onore”, ora sei protagonista di “Ipersonnia“, un thriller psicologico approdato su Prime Video il 31 gennaio. L’Italia sta approcciando al futuro distopico?

«Buongiorno. È correttissimo. L’Italia negli ultimi anni ha riabbracciato il genere, dopo anni in cui questo rapporto si era smarrito. Sono tanti i film che hanno esplorato generi diversi. Premessa: io penso che per fare bene un genere serva un regista con uno sguardo d’autore, Il genere è un involucro e va riempito con gli sguardi, col punto di vista sul mondo di un regista. Ultimamente anche l’Italia ha approcciato anche al futuro distopico e Ipersonnia è un esempio. Ci sono stati pochi titoli, è l’inizio dell’esplorazione del genere.»

Il film parla di un carcere in cui i detenuti sono messi in un sonno profondo, e tu interpreti uno psicologo carcerario. Come ti sei preparato per il ruolo? Hai fatto terapia, in quest’occasione o in passato?

«In passato ho fatto terapia, per me è stato importantissimo. C’è sempre un po’ di pudore rispetto a questa pratica, quella di andare da uno psicologo e aprirsi. Poi, erano tanti anni fa, io quando ho cominciato ho avuto la fortuna di incontrare un bravissimo terapeuta, è stato un incontro importante. Praticavo un tipo di terapia che ti porta ad autoanalizzarti, ad emanciparti dalla dipendenza dalla terapia. Credo che anche lì ci siano strade e strade. C’è la terapia che crea dipendenza, in cui ti incontri con lo specialista spesso ma risolvi poco, e poi c’è il tipo di terapia che secondo me ti portano ad affrontare più attivamente certe problematiche. Ho fatto una terapia familiare, anche se andavo da solo [ride, ndr], è stata un’esperienza bellissima. Ci sono terapia che isolano troppo l’individuo rispetto al suo lavoro o alla società. Invece, la terapia familiare ti colloca in un contesto, che è quello dei genitori, dei tuoi figli, dei tuoi rapporti di coppia, e questo aiuta. Noi siamo frutto anche di questi rapporti, non solo, ma in buona parte. Bisogna fuggire da un eccesso di individualismo anche nella terapia.»

La terapia dovrebbe essere consigliata a tutti, per conoscersi meglio, e non solo se si ha un problema. A volte qualcuno ha difficoltà a chiedere aiuto, perché si guarda ancora con un occhio scettico. Invece, trovando il professionista giusto, è una cosa molto utile.

«Sono d’accordo con te. Arrivo a dire che è proprio una questione di qualità dei professionisti, nel senso che bisogna cercare di entrare in contatto con dei bravi professionisti. In questo senso bisogna anche seguire l’istinto e farsi consigliare da varie persone. Purtroppo, non tutte le persone che hanno un titolo, in questa professione come nelle altre, hanno le capacità giuste. Solo che qui si ha a che fare con la coscienza delle persone, è molto delicato.»

Tornando al cinema, spesso anche tra gli addetti ai lavori si parla di preferenze. Io ti confesso che uno dei ruoli in cui ti ho amato di più è Loris in “Veloce come il vento”. Tu in quale ruolo ti sei sentito più a tuo agio?

«Alla fine ho avuto la fortuna di esplorare molti aspetti piuttosto interessanti dell’animo umano grazie a vari personaggi. È chiaro che i ruoli più legati alle mie radici sono quelli in cui qualcosa di te parla in modo più atavico, più misterioso. Sicuramente Veloce come il vento è uno di quelli. Girarlo in buona parte nella mia terra, esplorare die personaggi che da piccolo avevo visto. Poi, la tossicodipendenza era una cosa abbastanza diffusa. Lo riallaccio anche a Radiofreccia, di Luciano Ligabue. Un altro personaggio con un rapporto complesso con la droga e che nasce da un altro personaggio, che era in Fuori e dentro il borgo, sempre di Luciano [Ligabue, ndr], che si chiamava Foglia, che aveva sempre problemi di tossicodipendenza ma aveva una personalità talmente forte che definirlo solamente un tossicodipendente era riduttivo, così come lo era per Loris De Martino. Perché sono personaggi che sotto la cenere hanno della brace che continua in qualche modo a friggere. A me quella cosa piaceva tantissimo, quella di non limitarmi a fare un tossicodipendente, ma fare quei tossicodipendenti, che hanno molto a che fare con quella terra.»

Prima di salutarci, voliamo a San Valentino: che serie tv di coppia consiglierebbe Stefano Accorsi?

«Dipende dai gusti.»

O magari andiamo con la tua preferita.

«Io di recente ho visto Fauda. Non è proprio una serie romantica, ma è molto interessante perché il protagonista, israeliano, fa parte dei corpi speciali che hanno preso parte a quelle missioni. Non si ha ache fare con dei supereroi, ma queste persone che fanno parte di questi corpi speciali mettono in mostra le loro fragilità. Ci sono anche scene d’amore, con la guerra e il pericolo come sfondo. Questo le dà un po’ di romanticismo, ma non è esattamente una serie da San Valentino.»

Diamo appuntamento agli ascoltatori con “Ipersonnia”! Grazie a Stefano Accorsi!

«A presto.»

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