Bruschetta racconta la sfida de L’invisibile: “I personaggi non si giudicano, ma stavolta è stato un po’ diverso. Il male assoluto ti mette di fronte a tante domande”

L'attore Ninni Bruschetta racconta la sua esperienza nel ruolo del boss mafioso nella serie "L'invisibile", in onda su Rai 1 il 3 e 4 febbraio.

È un’intervista rilasciata a La Repubblica quella in cui Ninni Bruschetta racconta il peso umano e artistico di aver interpretato Matteo Messina Denaro nella serie “L’invisibile”, in onda il 3 e 4 febbraio su Rai 1. Un confronto diretto con il male assoluto, che l’attore siciliano affronta senza filtri, mantenendo intatte le sue parole.

La sfida di interpretare il boss

«Da attore so che i personaggi non si giudicano, ma stavolta è stato un po’ diverso. Il male assoluto ti mette di fronte a tante domande».
Per Bruschetta, 64 anni, una carriera lunga oltre 130 titoli tra teatro, cinema e televisione, vestire i panni del superlatitante nella serie prodotta da Pietro Valsecchi e diretta da Michele Soavi è stata una prova fuori dall’ordinario. Il racconto parte dalla mattina dell’arresto, il 16 gennaio a Palermo, quando il colonnello dei carabinieri del Ros mette fine a trent’anni di latitanza.

“Calarmi nel male è stato un peso”

Alla domanda su che effetto gli abbia fatto entrare nella mente di Messina Denaro, Bruschetta risponde senza ambiguità:
«Doppio. Da attori ci riserviamo la sospensione del giudizio, ci consente di interpretare lo schifo. Sono siciliano, da cittadino e da attore sono impegnato contro la mafia. Mi ha pesato. Ma è stata una chance, al contrario, per restituire l’orrore. Lo vedi da dentro e fai vedere chi è».

La freddezza della violenza mafiosa

Tra gli aspetti che più lo hanno colpito, l’origine di quella ferocia:
«Messina Denaro era un ragazzino di una cattiveria impossibile, il cocco di Riina. La freddezza della violenza dei mafiosi è inarrivabile. Mi fa pensare alla scena di Schindler’s list in cui il nazista spara alla gente in strada».
Un paragone che restituisce l’idea della banalità e dell’automatismo del male.

La banalità del male

Il dialogo con l’ufficiale dei carabinieri nella serie è uno dei momenti più inquietanti. Bruschetta lo collega a un’esperienza precedente:
«Ho girato, nel ruolo di un investigatore, L’ultimo padrino, sull’arresto di Provenzano. Altro dato reale, quando venne catturato strinse la mano e fece i complimenti agli inquirenti. La banalità del male».

Una latitanza che interroga lo Stato

Su come sia stato possibile restare nascosti per decenni, l’attore allarga lo sguardo:
«Valutazione storica, Messina Denaro ha preso in giro il Paese: andava in giro, stava vicino casa sua. Riina stava in una villa a Bagheria, tranquillo. Nel momento in cui viene arrestato è chiaro che non ci può credere. Chissà quante parti dello Stato hanno manovrato».

Da “Boris” al grande cinema

Il pubblico lo ama anche per Duccio Patanè in Boris, un ruolo che ha segnato uno spartiacque:
«È amatissimo. Feci il provino per il ruolo di René. Pensai: l’ho fatto malissimo. Mi si avvicinò Luca Vendruscolo: l’hai fatto bene, ma faresti un altro personaggio. Era Duccio, lo schizzato. Allora ho pensato di farlo in down, demotivato da vent’anni».
E aggiunge un omaggio agli autori: «Luca, Mattia Torre, scomparso troppo presto, Ciarrapico, sono tre geni incontrastati. La fortuna è la scrittura eccezionale».

Il teatro come casa naturale

Nonostante cinema e televisione, il cuore resta il palcoscenico:
«Il mio cuore batte per il teatro: l’attore veramente cane è inconsapevole di esserlo, si giudica ed è surclassato nella vanità; fa le faccette, è disgustoso».
E ancora: «Gli interpreti dovrebbero essere costretti di fare un mese l’anno di tournée, è il circo senza rete».

Scrittura, famiglia e disciplina

Dalla vocazione mancata per la filosofia alla carriera da scrittore, Bruschetta riflette sul senso del percorso artistico:
«Io penso che il destino sia ciò che accade, non ciò che deve accadere».
Parla dei figli, del rapporto con la scrittura e persino della forma fisica, chiudendo con una nota ironica:
«Dimagrire è facile, mantenere il peso no, si sa… L’altro giorno, sotto la pioggia, mi sono fatto sette chilometri di corsa».

Un’intervista densa, quella a La Repubblica, che accompagna l’uscita de L’invisibile e restituisce il ritratto di un attore che non si sottrae alle responsabilità morali del suo mestiere, nemmeno quando il personaggio da interpretare è uno dei volti più oscuri della storia recente italiana.

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