La saga creata da Danny Boyle torna con la quarta puntata, “28 anni dopo: Il tempio delle ossa”, diretta da Nia DaCosta e scritta da Alex Garland, che sposta l’epicentro della paura dagli infetti all’essere umano stesso. Se nelle precedenti pellicole il terrore derivava dai contagiati, qui la minaccia più grande emerge dal lato oscuro della civiltà sopravvissuta: l’uomo.
Due storie, un universo
Il film si muove su due piani narrativi paralleli. Da un lato, la storia dei Jimmies, seguaci violenti di un leader platinato che si proclama collegato a un’entità sovrannaturale (Lucifero), rappresenta un orrore psicologico e sociale che ricorda Kubrick e Arancia meccanica. La violenza è disturbante, sia fisica che mentale, e Garland non risparmia lo spettatore: scene dure e inquietanti lasciano senza respiro, in un crescendo di tensione dove persino la presenza di infetti non allevia il senso di terrore.
Dall’altro lato, il film segue la relazione tra Ralph Fiennes e un “alfa”, una creatura in grado di strappare la colonna vertebrale a un essere umano. Questa linea narrativa offre un raro spiraglio di speranza, anche se risulta meno incisiva e talvolta poco credibile. La performance di Fiennes, tuttavia, riesce a conferire profondità e presenza a questi momenti più leggeri.
L’incontro dei due mondi
Il momento in cui le due storie si intrecciano regala tre minuti straordinari: Fiennes sotto una colonna sonora degli Iron Maiden, un elogio alla follia che rende la narrazione più equilibrata e coinvolgente. Il finale aperto prepara il terreno per il terzo capitolo della saga, che vedrà il ritorno di Cillian Murphy, anche se il suo ruolo centrale non è ancora confermato.
Aspetti tecnici e recitazione
Nia DaCosta abbandona l’approccio sperimentale di Boyle a favore di una regia più sicura e accademica, puntando su una fotografia curata e sulla forza dei due protagonisti principali: Ralph Fiennes e Jack O’Connell, entrambi magistrali nei rispettivi ruoli.
Conclusione
“28 anni dopo: Il tempio delle ossa” è un film coraggioso, lontano dal cinema commerciale, che mescola horror psicologico e violenza brutale. Garland costruisce una critica potente ai meccanismi del potere e alla perdita dei valori, in un universo dove l’uomo, una volta caduta la civiltà, diventa la minaccia più spaventosa. Un’opera intensa, disturbante e tecnicamente solida, che si colloca accanto a storie post-apocalittiche come La strada o La morte dell’erba, offrendo un horror che va ben oltre il semplice gore.
