Guè: “Madreperla, il mio disco super rap. Ecco perché ho chiamato Jerry Calà…”

Guè è stato ospite negli studi di Radio Kiss Kiss, presentando il suo "Madreperla" e parlando di molti aspetti di sé.
Guè è stato ospite in Dedikiss con Raf.

È appena uscito il suo disco “Madreperla” debuttando in cima alle classifiche, è con noi Guè! Come stai?

«Molto bene grazie!»

Ho visto che sei appena stato a Roma, oggi sei a Napoli, stai girando molto no?

«Sono molto contento di essere qui. Sto girando col vento a favore. Un po’ banale dire certe cose in questi casi, ma sono molto molto contento, e diciamo che è un risultato anche sopra le righe.»

“Madreperla” secondo me è un disco di cultura musicale dove spacchi con le produzioni, con il sound, con i testi. Vorrei concentrarmi sul titolo, che rimanda quasi a un senso di purezza: si può definire un disco di rap puro?

«Sì, mi piace questa cosa che onestamente ti ruberò perché non ci avevo mai pensato [ride, ndr]. I titoli degli album li scelgo così, per come suonano. È un disco che ho fatto con massima libertà, e siccome prima che rapper sono un appassionato da quando ero adolescente, ho voluto realizzare il sogno di fare un disco “super rap”, senza pensare alle tendenze e al risultato. Molte volte, quando si ha la massima libertà artistica, si raggiungono i risultati.»

Hai tolto tutte le sovrastrutture.

«Sì, se noti non metto nemmeno una volta l’autotune. L’ho staccato.»

Il Guè più vero e sincero.

«Sì, sì. Poi ho avuto il supporto di Bassi [Bassi Maestro, ndr], produttore storico italiano. Abbiamo giocato tanto con i campionamenti, abbiamo usato dei beat un po’ più tradizionali rispetto a quelli più trendy, però così sento di aver creato un rap senza tempo.»

Tu con i Club Dogo hai fatto la storia del rap italiano, da solo sei arrivato a essere il “king” stimato e apprezzato da tutti quanti. A 42 anni, mi chiedo, quali sono le tue ambizioni?

«A differenza di alcuni miei colleghi, non ho ambizioni pazze di conquistare il mondo, o almeno di conquistare il mondo pop. Molti miei colleghi ti dicono che come missione hanno quella di “poppizzarsi”, non so se come mezzo per arrivare di più alle persone, ma credo sia più vanità. L’unico mio desiderio è essere un punto di riferimento nel mio genere e rimanere su questo status. Il fatto che possa uscire un Geolier che mi vuole nel suo disco, oppure un Paky, uno ancora più giovane, magari un immigrato di terza generazione minorenne che sempre mi stimerà.»

Tu sei un po’ il padrino di questi rapper emergenti?

«Sì, mi piace avere questo ruolo e mi piace avere questa considerazione. Poi diciamo che sono abituato bene, nel senso che ho venduto tanti dischi, non sono qua a dirti “facciamolo per beneficienza”. Però mi interessa essere un punto di riferimento per la cultura street in Italia.»

“Mollami pt.2” è un tributo a una grande base che ha fatto la storia del genere.

«Sì, questo è stato un sogno per me. Calcola che la mia passione è la raggae dance hall. Vengo da quello, parallelamente al rap la mia grande passione è stata per quel genere. Non sono mai stato in Giamaica, ma ascoltavo solo quello e andavo solo a quelle serate. Negli anni ’90 quando è uscito Hot Stepper di Ini Kamoze io ero un bambino ed ero già innamorato.»

È uscito nel 1994, tu avevi solo 14 anni.

«Sì, 13-14 anni.»

Ma Cosimo, a 14 anni, che faceva?

«Ero già un nerd della musica, mi interessava tantissimo soprattutto mi piaceva guardare il nome dei gruppi, me li segnavo tutti. Mi piacevano le copertine, ma non ero già specializzato, cercavo di capire. Parliamo di un periodo “preistorico”, non si poteva scaricare la musica, l’unico modo era andar enei negozi che noleggiavano i dischi.»

Come Blockbuster?

«Sì, ma per i cd. Era l’epoca pre-Blockbuster. Facevamo le cassette, c’erano i dischi da comprare. Tornando al pezzo, finalmente sono riuscito a campionarlo.»

A proposito di copertine, quella di “Madreperla”. Sembra un po’ quella “dell’eletto” del rap italiano, mi ricordi Neo.

«Sì, in realtà questa è un’ispirazione old school, è ispirata a New Jack City, un film degli anni ’90 in cui il protagonista aveva questo completo di pelle. Però è un po’ Neo.»

Io sono cresciuto con “Matrix”.

«Sì però quello nuovo faceva un po’ schifo. Me ne sono andato dal cinema, non mi era mai capitato. È grave. Poi lui mi sembrava John Wick.»

Sei padre di una fantastica bambina, come ti trovi nel ruolo di papà?

«È una cosa abbastanza difficile da realizzare all’inizio. Sicuramente sono curioso di vedere come si evolverà, è molto piccola, non è che facciamo molti discorsi, l’interazione è ancora un po’ limitata. Però è una bella sensazione.»

Non ci sono genitori perfetti. Però ho visto da esperienze altrui che quando si diventa papà si pensa a due cose: la prima è riportare l’insegnamento del proprio padre, la seconda è non ripetere gli errori del proprio padre. Ti chiedo: quali sono gli insegnamenti e quali gli errori da non ripetere ? Domanda marzulliana.

«Vorrei lasciare che mia figlia segua la sua strada. A me non è stato imposto niente, ma spero che lei sviluppi un’anima artistica sua, mi piacerebbe insegnarle quello che so sulla musica o sul cinema, di cui sono un grande appassionato. Vorrei darle questi strumenti.»

Nel tuo album ci sono molti guest: Anna, Sfera Ebbasta, Marracash, Mahmood, Paky, Rkomi. I guest sono stati annunciati sui social tramite quel video in cui Jerry Calà presenta questo grande hotel, l’hotel Madreperla. Come mai proprio Jerry Calà?

«Guarda, quando abbiamo registrato l’album eravamo a Santorini, in Grecia, registriamo sempre lì. Eravamo fuori stagione, andavamo al mare perché ancora il tempo era bello, e poi stavamo in studio. L sera non è che uscivi, sì, andavamo a cena ma eravamo in fase di ritiro. Quindi ogni sera guardavamo film trash italiani, anche due a sera, perché la serata era lunga. Lui c’era in tutti i film. La gang era Calà, Boldi, Greggio e gli altri. Li abbiamo visti tutti, poi abbiamo avuto questa idea geniale, perché per ogni disco tentiamo di fare un marketing originale, che non sia una marchetta, ma una cosa artistica e divertente. Quindi ci è venuta l’idea di un hotel, come se il titolo dell’album fosse un hotel. Abbiamo pensato “mettiamoci dentro una leggenda”, Jerry Calà. Lui è stato molto carino, molto professionale, lo ringrazio. La cosa ha rotto internet.»

È diventato virale ovunque, Instagram, TikTok. A proposito di TikTok, ho visto il tuo primo post.

«Ti rivelo una cosa. Se ti faccio vedere il mio telefono, io non ho TikTok. Guarda.»

Non ce l’hai! Quindi sei stato costretto?

«Ho detto “fino alla fine cercherò di resistere”. Alla fine il mio manager l’ha aperto.»

Tu hai un po’ di haters, capita che ti scrivano?

«In realtà, parlo del fenomeno serio non dei social che non un gioco, credo sia più un fenomeno della new generation. Lo vedo tanto sui giovanissimi, la vivono malissimo come all’epoca la vivevamo noi. Però io, per statura, ne ho di meno, a parte le cazzate di Instagram, che è un gioco.»

Ci sei mai rimasto male per qualche commento?

«No, ma questa cosa può far star male alcuni. Le persone più deboli psicologicamente o le ragazze. È una cosa seria, il leone da tastiera non è innocuo, può nuocere.»

I leoni da tastiera poi non si accorgono di quello che scrivono e che dall’altra parte c’è una persona con dei sentimenti.

«La cosa più assurda è la forza che ti dà. Poi diciamo che la cosa che vedi è la cattiveria della gente che non vede l’ora che sbagli qualcosa, appena lo fai ti lapidano. Ma non sono quel tipo di personaggio pubblico che dà le sue opinioni, non sono così esposto. Io ci gioco. Twitter, Instagram, mi divertono.»

Grazie per essere stato con noi Guè. Kiss Kiss a te!

«Grazie, è stato un piacere!»

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