Ernia: «I live riempiono l’ego, sono uno scambio di energie»

Il rapper Ernia, impegnato nel "Gemelli Tour 2022, è stato ospite negli studi di Radio Kiss Kiss nel programma "Dedikiss".

Ernia, rapper milanese, classe 1993, è stato ospite negli studi di Radio Kiss Kiss nel programma “Dedikiss“.

Qual è la battuta più stupida che hanno fatto sul tuo nome d’arte?
«Beh, non so se sia la più stupida, ma sicuramente è la più frequente, quella che sento da quando avevo 12 anni, età in cui ho preso questo nome; ed è: “ernia al disco – disco di Ernia”. Quando la senti da 16-17 anni, come nel mio caso, poi dici “anche basta”.»

Nel 2020 è uscito il tuo terzo album “Gemelli” ma solo in questi giorni è iniziato il tuo tour. Come lo stai vivendo?
«Eh, l’ho aspettato per due anni. Nel 2020, quando è uscito l’album, a causa della pandemia non si poteva fare nulla. Nel 2021 sono riuscito a fare qualche live, ma non era la stessa cosa per le restrizioni. Il concerto, invece, è un qualcosa che ti riempie un po’ l’ego. Nel concreto rivedi tutto il lavoro che hai fatto in studio; quello che hai pensato, per cui hai lavorato, ha un riscontro nella vita reale. Per esempio, ho fatto più di 100 milioni di ascolti con “Superclassico”, ma per me è stato un pezzo come tutti gli altri, perché non l’ho vissuto davvero. Il live è un bellissimo scambio di energia.»

Perché ti chiamano il “duca” del rap italiano?
«Si basa su una rima che ho fatto un po’ di anni fa. Milano era un ducato, io sono milanese e per richiamare questo senso di appartenenza, nel rap io sono “Il duca di Milano”. Tra l’altro io ho frequentato Lingue e letterature straniere alla Statale di Milano, e sono a metà corso di laurea da svariati anni, ma il nome non è legato a questo.»

La cultura e la letteratura ti hanno aiutato a scrivere le canzoni o trai ispirazione da altro?
«Io credo che l’ispirazione per scrivere la si può prendere un po’ ovunque. Ovviamente avere una sufficiente base culturale può sicuramente aiutare. La letteratura, la cultura e i libri possono aiutare, possono dare degli spunti. Più cose sai e più cose impari, meglio è per te.»

Noi ti vediamo un po’ diverso dagli altri rapper, ti vediamo un po’ come un rapper “intellettuale”…
«Beh, un po’ sì, ma io sono vero. Sono cresciuto in un’epoca in cui se facevi il rap, dovevi dire il vero. Questa cosa l’ho portata avanti. Fare rap non vuol dire parlare della strada e della criminalità nelle canzoni, ma per me vuol dire essere vero, raccontare cose personali, ciò che penso e ciò che vivo.»

Qual è un “superclassico” che ti ha fatto innamorare della musica?
«Forse oggi non è troppo conosciuto, ma il disco che ho preferito in assoluto, che mi ha legato alla musica e al rap è stato “Penna capitale” dei Club Dogo, che è un disco del 2006. Loro poi sono milanesi e parlavano una lingua simile alla mia, con punti di riferimento culturali e alla città che anche io stavo vivendo. Ai tempi avevo 13 anni e mi hanno influenzato molto.»

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