Ernia a Kiss Kiss: “Canto le ansie della mia generazione. La mia paura più grande? Il futuro”

Ospite negli studi di Radio Kiss Kiss, Ernia ha parlato del suo nuovo album e delle sue ultime esperienze, sia nella vita che nella musica.
Ernia è stato ospite in Dedikiss. Riviviamo l’intervista con Marco e Raf.

Abbiamo con noi Ernia!

«Ciao raga! L’ultima volta che ci siamo visti era per il 64 Bars, poco dopo dovevo partire per la Giordania.»

Poi sei partito, come è andata?

«Bellissimo, incredibile. Pensavo di spendere meno. [ride, ndr

Dopo il grandissimo successo di “Gemelli” ci presenti il tuo nuovo album “Io non ho paura”. Partiamo dalla copertina. La locandina ci ha ricordato il film di Salvatores.

«Sì, lo riprende, assolutamente.»

Ma perché sei fan?

«No, in realtà volevo solo che il titolo riprendesse quello, ma il disco non parla né del film né del libro.»

È un disco che vuole dar voce alle paure dei millennials, una generazione fatta di ansie.

«È la mia generazione, fatta di incertezze, insicurezze, precarietà. Anche il mio lavoro è abbastanza precario, un giorno ci sei, poi se un domani il pubblico decide che non sei più “cool”, basta.»

Però con te questo non sta succedendo.

«Fortunatamente! [ride, ndr

Beh, l’album sta andando molto bene!

«Sì, sta andando bene. Però un pensiero sul futuro lo faccio.»

Quindi ti fai proprio portavoce delle paure dei millennials.

«Sì, come ti ho detto, io parlo delle mie paure. Poi parlando anche con i miei amici, che fanno lavori come l’impiegato, ho ritrovato le mie paure, mi accorgo che sono quantomeno le stesse delle persone che frequento. E poi, magari, sono quelle degli altri.»

Sei alla soglia dei 30 anni, ieri ne hai festeggiato 29, auguri!

«Grazie!»

A quest’età cosa ti mette ansia e paura?

«Il futuro. Per la mia generazione, ma anche per le altre, c’è tanta incertezza. Tra guerra, crisi climatica, crisi economica, mi sembra che a volte non ci sia futuro.»

Ci sono tanti featuring, c’è Salmo, Guè, Rkomi, Gaia, Geolier, Marco Mengoni. Ci viene da domandarci, in modo malizioso: quando si fanno i featuring c’è qualcuno che vuole fare una cosa, poi uno ne vuole fare un’altra. Insomma, chi è il più “cagacazzo”?

«Io sono noto per schivare i “cagacazzo”. Nessuno mi ha mai detto niente, piuttosto mi dicono direttamente “no”. In tutta la mia carriera magari ho beccato gente che ha rifiutato, e se mi hanno detto “no” non ho provato a convincerli. Se mi dicono “non posso, sto facendo altro” mi tiro indietro subito. Il disco è mio, non posso star dietro agli altri. Quindi andando avanti nella carriera, ho fatto una gran scrematura dei “cagacazzo”.»

Qual è la prima canzone che hai scritto e registrato in studio col tuo produttore Sixpm?

«È stata Buonanotte, scritta a novembre dell’anno scorso, quindi un anno fa.»

Un anno fa, pensa a quanto tempo passa.

«Dipende, ci son state canzoni che ho scritto poco prima della consegna dell’album. Superclassico, ad esempio, è stata la penultima o l’ultima prima della consegna dello scorso album.»

Scritta di getto?

«Sì. Pensa, non avevo nemmeno la base. Ho scritto la canzone, poi hanno fatto la base.»

Ed è diventata una hit, un pezzo nazionalpopolare.

«Beh, sì. Quindi Buonanotte è stata la prima, un anno fa. Poi, sai, passano mesi senza che scrivi niente, mesi che ci giri intorno, altre volte riesci a fare molti pezzi nel giro di un mese, un mese e mezzo. Non c’è una formula. Tu inizi a fare, poi vedi che succede.»

Tornando indietro, all’Ernia e al Matteo di 18 anni cosa diresti?

«”Vedrai che alla fine la farai franca!” Perché a 18 anni dicevo “guarda che devi trovare un lavoro” e io volevo fare questo di lavoro, volevo fare musica, il rapper. Quindi mi barcamenavo per capire come venirne fuori, per capire come si fa, com’è che gli altri riuscivano e io ero l’unico scemo che non ce la faceva. Quindi all’Ernia di 18 anni dirò: “solo ora sei l’unico scemo, presto non lo sarai più”»

Ci raccontavi della Giordania…

«Sì, non ce la facevo più, in quel momento non volevo più sentir parlare dell’album.»

E com’è andata?

«Bellissimo, non pensavo più all’album. Ho noleggiato la macchina ad Amman e ho girato. La Giordania è piccola, mi pare siano 500 chilometri da una nord a sud, quindi l’abbiamo vista in auto ed è un posto splendido.»

Come mai la Giordania?

«Avevo una settimana di tempo, volevo un posto vicino ma lontano culturalmente, quindi ho scelto la Giordania.»

In che posto vorresti andare tra quelli che non hai visto?

«A me se indichi un posto sulla mappa ci vado.»

L’Argentina?

«Bellissimo, ma ti dirò, tra tutte le aree del mondo il Sud America è quella che mi attira meno. Non ci son mai stato, ma te lo fanno vedere così tanto e te ne parlano così tanto che sembra di conoscerlo già. È l’unico posto di cui non sento il fascino, però se mi chiedi di andare in Argentina ti chiedo dove dobbiamo firmare. Ho più la fissa per l’Africa.»

Ci sei mai stato?

«Sì, e adesso ci torno subito. Son stato in Kenya e ho pensato “questa cosa è incredibile, ci devo tornare”. Sono stato là l’anno scorso prima di cominciare veramente l’album e ho pensato che sono pazzi a non parlare di un posto così. Devo tornarci assolutamente.»

Magari non è ben sponsorizzato.

«Non so, forse c’è anche pregiudizio da parte delle persone, che si aspettano un posto che in realtà non è, magari poco sicuro o altro.»

Hai fatto anche un bel giro negli Stati Uniti, hai visto vari stati.

«È stato parte dell’album. Io ero già stato a New York, a Los Angeles. Il “rapper tipo” va a Los Angeles, New York, Miami, Atlanta. Io invece ho deciso di andare negli Stati Uniti del sud, partendo proprio da Atlanta. Ho fatto Georgia, Tennessee, Mississippi e New Orleans, in Louisiana. Non trovi gli europei in questi posti. In Mississippi ci chiedevano “siete italiani? E che ci fate nel mezzo del niente?” Ci guardavano come se fossimo dei pazzi.»

Eravate davvero dei pazzi?

«Beh, la capitale del Mississippi [Jackson, ndr] è stata una roba hardcore. Abbiamo scoperto che c’è, credo ancora tutt’ora, un coprifuoco autoimposto dalla popolazione, perché c’è un problema di gang, si ammazzano per nulla.»

Ci vediamo presto Ernia!

«Ci vediamo presto!»

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