Trump: “Pronto a intervenire in Iran”. Cresce la tensione dopo le proteste

Donald Trump minaccia un intervento militare in Iran e pubblica una lista di possibili obiettivi. Nel Paese continuano le proteste e la repressione, mentre Israele resta in allerta.

Donald Trump torna a intervenire sulla crisi iraniana e lo fa con toni duri e parole che hanno subito fatto il giro del mondo. Il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato di essere “pronto ad aiutare” l’Iran, mentre nel Paese proseguono da oltre due settimane proteste antigovernative che, secondo diverse fonti, avrebbero già provocato più di cento morti. Le sue affermazioni arrivano in un contesto di crescente isolamento internazionale della Repubblica Islamica e di una repressione interna sempre più violenta.

Attraverso il suo social network Truth Social, Trump ha scritto: «L’Iran cerca la libertà, forse come mai prima d’ora. Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare!». Nello stesso messaggio ha condiviso un servizio di Fox News che racconta di un manifestante salito sull’ambasciata iraniana a Londra, dove avrebbe rimosso la bandiera del regime per issare un simbolo prerivoluzionario. Un gesto che richiama apertamente l’epoca dello scià e che si inserisce nella narrativa di una possibile alternativa politica all’attuale leadership.

Le parole di Trump si intrecciano anche con gli appelli lanciati da Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià di Persia, oggi in esilio. Pahlavi ha invitato i manifestanti a utilizzare la storica bandiera con il leone e il sole, simbolo dell’Iran pre-rivoluzionario, per “riappropriarsi degli spazi pubblici”. Nei giorni scorsi ha inoltre esortato la popolazione a scendere in piazza nel fine settimana, rilanciando il fronte dell’opposizione dall’estero. Il suo sostegno a Israele, tuttavia, gli è già valso critiche in passato.

Le dichiarazioni del presidente americano arrivano a pochi giorni da un’altra affermazione ancora più minacciosa. Trump aveva infatti detto di non escludere bombardamenti contro l’Iran «per difendere i manifestanti pacifici». A rafforzare il messaggio è intervenuto anche il Dipartimento di Stato, che ha avvertito Teherán: «Non giocate con il presidente Trump. Quando dice che farà qualcosa, parla sul serio».

Intanto, sul terreno, la repressione non si ferma. Le autorità iraniane continuano a limitare l’accesso a internet e alle comunicazioni telefoniche, rendendo difficile verificare l’entità reale delle proteste. Secondo l’Agenzia di Notizie degli Attivisti per i Diritti Umani, con sede negli Stati Uniti, i morti sarebbero almeno 116, con oltre 2.600 arresti e manifestazioni registrate in più di 180 città. Un medico iraniano citato dalla rivista Time parla addirittura di oltre 200 vittime, la maggior parte colpite da munizioni vere. Anche la BBC riporta ospedali al collasso, pieni di feriti.

La risposta del regime si è fatta ancora più dura. Il leader supremo Ali Jamenei ha annunciato una repressione imminente e il procuratore generale Mohammad Movahedi Azad ha avvertito che chiunque partecipi alle proteste sarà considerato un «nemico di Dio», un’accusa che in Iran può portare alla pena di morte. Un comunicato della televisione di Stato ha ribadito che i procedimenti giudiziari dovranno svolgersi «senza indulgenza, compassione o clemenza».

Nel frattempo, i media statali cercano di trasmettere un’immagine di controllo, mostrando manifestazioni filogovernative e minimizzando il caos nelle città. Tuttavia, video verificati da agenzie internazionali mostrano migliaia di persone di nuovo in strada a Teherán, con slogan durissimi come «Morte a Jamenei!». Le proteste, nonostante la repressione e l’isolamento, sembrano destinate a continuare anche nei prossimi giorni, alimentando una crisi che ormai ha superato i confini dell’Iran e coinvolge direttamente gli equilibri geopolitici internazionali.

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