Smart working, come cambiano economia e città

Negli ultimi due anni lo smart working è cresciuto in maniera esponenziale. Con Nico Gronchi di Confesercenti parliamo delle conseguenze.
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Questa mattina a Radio Kiss Kiss con Max e Max abbiamo parlato di smart working e di come questo nuovo metodo di lavoro influenza l’economia e le città.

Per fare il punto della situazione è intervenuto Nico Gronchi, vicepresidente Confesercenti:

Come bisogna bilanciare la situazione?
«In realtà, non è una cosa semplice, perché è successo tutto rapidamente. Prima della pandemia in Italia c’erano poco più di 1,3 milioni di persone che lavoravano in smart working, o completamente o in maniera parziale, tra pubblico e privato. Durante la pandemia il numero è schizzato a 9 milioni e oggi ci stiamo assestando intorno ai 6,2 milioni di persone. In 48 mesi è quintuplicato il numero di persone che lavora da casa, e sono persone che non prendono mezzi pubblici, che non mangiano fuori, che non si muovono, con un effetto sull’economia. Se da un lato migliora il risparmio per le famiglie, dall’altro lato per alcune imprese è stato un disastro.»

Voi di Confesercenti avete qualche suggerimento?
«Intanto, abbiamo chiesto al Governo di avere molto equilibrio per quello che riguarda le norme del pubblico impiego, Perché si rischia di andare in difficoltà vera. Nel mondo del privato c’è il mercato, che ci porterà ad un mercato molto più fluido in quanto cambieranno i luoghi di lavoro, sempre più digitali e meno fisici. Alla fine prevarrà una via di mezzo. È inimmaginabile che in alcuni settori tutti i lavoratori possano lavorare da casa. In alcuni settori si sta lavorando in smart working su turni. In effetti, si parla di milioni di persone che hanno un impatto sulla vita economica e sociale di un intero Paese. Ci sono lati negativi e positivi, come in tutte le cose.»

Confesercenti come la pensa in merito alla questione delle attività stagionali che non trovano lavoratori?
«Purtroppo è vero che una mancanza effettiva di lavoratori, in particolare nei settori food e ricettivo. Prima abbiamo riscontrato un problema legato al blocco delle formazioni. Decine di migliaia di studenti che uscivano dalle scuole di formazione e che venivano immessi nel mondo del lavoro, per due anni con la formazione ferma, il risultato è stato che migliaia ragazzi non erano pronti a lavorare. Inoltre, bisogna evidenziare che i contratti di lavoro in questo Paese sono ancora legati a meccanismi anni ’80 e andrebbero discussi. Tra l’altro, ricordiamo che oggi ci sono tanti strumenti di sostegno, dal reddito di cittadinanza alla NASPI.»

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