È un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, firmata da Valerio Cappelli, quella in cui Valeria Golino racconta in modo diretto e senza filtri il lavoro svolto per La gioia, il film di Nicolangelo Gelormini presentato con grande consenso alla Mostra del Cinema di Venezia e in uscita nelle sale dal 12 febbraio. La pellicola è ispirata al caso di cronaca nera dell’omicidio di Gloria Rosboch, l’insegnante sedotta e uccisa nel 2016 dal suo ex allievo.
«Imbruttita, invecchiata. È la prima volta che mi succede»
Golino descrive subito la trasformazione fisica affrontata per il ruolo: «Ha il naso adunco, la scucchia, pochi capelli in testa, gli occhialoni. Imbruttita, invecchiata. È la prima volta che in un film mi succede». Un cambiamento radicale, che segna una rottura con l’immagine a cui il pubblico è abituato.
Alla domanda su come sia stato “invecchiare di colpo”, l’attrice risponde senza esitazioni: «Più facile di quello che si possa immaginare. Invecchiando anch’io, basta una luce per mettere in evidenza le asimmetrie che l’età comincia a darti. Però mi ha impaurito e turbato».
Il trucco come maschera che non nasconde
Il lavoro sul trucco è stato centrale nella costruzione del personaggio. Golino ricorda una celebre frase di Anna Magnani — «Lasciami tutte le rughe, ci ho messo una vita a farmele venire» — ma precisa la propria posizione: «Ma io non sono la Magnani». E aggiunge: «Il trucco, due ore al giorno, non mi ha dato costrizioni, anzi: Gioia è una maschera che maschera non è, sennò avremmo perso».
Un aspetto, quello dell’invisibilità, che per l’attrice è decisivo: «Il trucco ha aiutato a creare la sua invisibilità».
Gioia, una donna fragile e manipolata
Parlando del personaggio, Golino entra nel cuore della storia: «Gioia è una donna manipolata, che non aveva mai conosciuto l’amore prima». E aggiunge un dettaglio inquietante: «Certe volte, da bambina inerme, ha dei lampi che fanno presagire la tragedia».
Il punto di svolta arriva quando Gioia cade nella trappola sentimentale: «Avviene quando cade nella ragnatela fasulla dell’infatuazione». Un’illusione a cui si aggrappa con forza: «Si aggrappa con veemenza a questa storia incongrua e impossibile che a lei sembra quasi naturale».
Una famiglia che soffoca
Nel racconto dell’attrice, anche il rapporto con la madre ha un peso determinante: «La madre, amandola morbosamente senza davvero conoscerla, la soffoca, la tratta come una bambina». Un contesto emotivo che contribuisce a rendere Gioia vulnerabile e incapace di difendersi.
«Sono tutti vittime di loro stessi»
Golino allarga lo sguardo all’intero impianto narrativo del film: «C’è un elemento che accomuna tutti i personaggi». E lo chiarisce subito: «Sono tutti vittime di loro stessi. Il fraintendimento emotivo, il vuoto, il torpore, l’isolamento. Nessuno si salva».
Una riflessione che porta a una conclusione amara ma lucida: «È una storia figlia del nostro tempo. La gioia resta nel titolo».
Nessun giudizio sul personaggio
Alla domanda su cosa pensi di Gioia, l’attrice prende una posizione netta: «Io sono scevra dal giudizio, in questo caso ancora di più». E spiega: «Dal teorizzare nascono sovrastrutture intellettuali che non appartengono né al personaggio né alla storia».
Una paura intima
Accanto al lavoro artistico, emerge anche una confessione personale, che dà il titolo all’intervista: «Nella vita ho l’incubo di cadere nel vuoto». Una frase che risuona come eco profonda del film stesso, dove il precipizio non è solo fisico ma soprattutto emotivo.
Con La gioia, Valeria Golino firma una delle interpretazioni più radicali della sua carriera, scegliendo di esporsi, di sottrarsi a ogni compiacimento estetico e di restituire, attraverso le sue stesse parole, tutta la fragilità di una storia che continua a interrogare.
