L’ospitata di Geolier a Che tempo che fa non si è concentrata soltanto sui traguardi raggiunti. Seduto di fronte a Fabio Fazio, l’artista ha costruito un racconto fatto di memoria, consapevolezza e scelte, dimostrando come il successo possa convivere con un’identità rimasta intatta. Più che un bilancio di carriera, l’intervista è sembrata una presa di posizione.
La musica come punto di partenza
Ad aprire la serata è stata Stelle, brano tratto dall’album Tutto è possibile. Un’esibizione lontana dall’impatto spettacolare, scelta per il suo valore personale. Geolier ha spiegato che si tratta della prima vera canzone d’amore della sua carriera, dedicata apertamente alla compagna, segnando un passaggio emotivo importante nel suo percorso artistico.
Il successo accolto senza trionfalismi
Quando Fazio elenca i risultati del disco – primo posto in classifica FIMI/NIQ Italia, leadership nei formati fisici, dominio della Top 10 dei singoli e dei trend YouTube – Geolier non cambia tono. Di fronte a numeri che parlano da soli, la sua reazione resta misurata: «Penso sia una cosa buona». Nessuna celebrazione, solo la constatazione di un momento favorevole.
Un titolo che diventa manifesto
Il dialogo entra nel vivo parlando del titolo dell’album. Tutto è possibile non nasce come slogan, ma come intuizione precedente all’ascolto di alcuni provini inediti di Pino Daniele. In uno di questi, quella frase emerge come elemento decisivo. L’inserimento della voce di Pino nel disco, spiega Geolier, è stato un atto carico di responsabilità: «Io sono di Napoli, so che peso ha Pino». Un passaggio che Fazio definisce «giusto», sottolineando l’unicità di Pino Daniele nella storia musicale italiana.
Secondigliano come bussola
Il tema delle radici attraversa l’intera conversazione. Quando si parla di autenticità, Geolier chiarisce subito cosa significhi per lui sentirsi a casa: «Tutta Napoli è casa, ma quando dici casa, per me è Secondigliano». Non un simbolo, ma un luogo reale dove il successo non ha modificato i rapporti e dove continua a essere Manuele, prima ancora che Geolier.
Il lavoro prima della fama
Alla domanda sul rapporto con il successo, la risposta è netta. Non c’è paura, ma memoria. Geolier ricorda il lavoro in fabbrica, il periodo al forno, la fatica quotidiana. «Conosco il lavoro vero», dice, spiegando perché non sente il diritto di lamentarsi. L’unico timore è smarrire sé stesso lungo il percorso: «Io sono la mia famiglia». E aggiunge: «Quello che viene dopo è comunque un’esperienza».
Gli stadi come traguardo simbolico
Il futuro prende forma con il tour Geolier Stadi 2026. Il calendario segna tappe storiche: 19 giugno allo Stadio Olimpico di Roma, poi Messina e infine tre date consecutive allo Stadio Diego Armando Maradona di Napoli. «Non sono mai entrato all’Olimpico», racconta. «E ci vado a cantare. È assurdo». Su Napoli, invece, non ha esitazioni: «Il Maradona è casa mia».
L’episodio con 50 Cent
Tra i momenti più leggeri dell’intervista, il racconto dell’incontro con 50 Cent. Un episodio nato quasi per caso a Miami, in un locale, con il padre di Geolier al suo fianco. «Era la prima volta che entrava in un posto così», racconta sorridendo. Il giorno dopo, il ribaltamento delle parti: è 50 Cent a chiedere una foto al padre dell’artista, dopo uno scambio che Geolier definisce “mitologico”.
Una responsabilità che pesa
Dietro i progetti e le collaborazioni, emerge però un senso di responsabilità molto chiaro. «Mi fa paura la responsabilità che ho verso Napoli, verso i giovani, verso le persone che mi ascoltano», ammette. Non come dichiarazione retorica, ma come consapevolezza concreta del ruolo che oggi occupa.
Tra ambizione e appartenenza
Il saluto finale richiama il titolo dell’album: Tutto è possibile. Ma l’impressione lasciata dall’ospitata va oltre la frase. Tra sogno degli stadi e legame con Secondigliano, tra successo globale e dimensione personale, Geolier mostra di muoversi su un equilibrio delicato. Un equilibrio che, almeno per ora, sembra riuscire a mantenere.
