Il cenone ad ostacoli, storia di Natale letta da Giuliano Sangiorgi

Il cantautore Giuliano Sangiorgi legge "Il cenone ad ostacoli", una delle storie inclusive del "Natale in casa Kiss Kiss".

Giuliano Sangiorgi è uno dei protagonisti del “Natale in casa Kiss Kiss“.
Storie inclusive lette da grandi artisti della musica italiana.

Natale è la festa della tradizione per eccellenza, ma è in grado di adattarsi ai tempi e ai luoghi. È la ricorrenza in cui ci si ritrova in famiglia, ma non sempre questo significa sentirsi a casa. A Natale tutti hanno il diritto di “sentirsi a casa”, anche quelli che vivono da soli e lontani dai propri cari, come anche quelli che, nonostante vivano il Natale in famiglia, “a casa”, davvero, non si sono mai sentiti.

Radio Kiss Kiss propone quattro storie per un Natale differente, sorprendente, non conforme. Un Natale inclusivo!
Si tratta di racconti che parlano di persone in situazioni in cui è inevitabile sentirsi soli, abbandonati, non accettati; incompresi, incompiuti. Ma poi scopriranno che esistono tante insospettabili forme di famiglia in grado di accogliere, sostenere, proteggere. Perché è importante per chiunque sentirsi a casa.

Il cenone ad ostacoli” è la storia di una coppia gay che va a trascorrere il cenone di Natale con la famiglia di uno dei due, senza che i parenti sappiano della loro unione.
Questa storia natalizia del “Natale in Casa Kiss Kiss” è letta da Giuliano Sangiorgi.

Le altre storie inclusive del “Natale in casa Kiss Kiss”:

Il cenone ad ostacoli” – TESTO

Dunque era deciso: avrebbero passato per la prima volta il Natale insieme con la famiglia di uno dei due. Ma di chi?
“La mia. Se a Natale non torno, scoppia la tragedia. È un misto di lesa maestà e ferita impossibile da rimarginare.”
“Ma la tua è troppo impegnativa. Integralista della tradizione estrema, i valori di una volta sacri e inviolabili. Come prima volta dovremmo iniziare con la mia, è più soft come esperienza. Livello Principiante. La tua è livello Avanzato.”
“Beh, meglio: il battesimo del fuoco. Veniamo buttati subito nella fossa dei leoni, tipo agoghè spartana.”
“Dobbiamo appellarci all’istinto di sopravvivenza. E non possiamo commettere errori.”
“Buttiamola sul gusto della sfida, sull’adrenalina, sulla paura che rende vigili. Vedila così: superata questa prova, il resto sarà tutto in discesa. Intendo proprio la vita in generale.”

Essere una coppia gay in una metropoli era facile. O quantomeno un po’ più facile. Francesco lavorava nel mondo della comunicazione, questo settore vago e generico in grado di includere tutto e il contrario di tutto, ma niente di preciso. Matteo, gestiva un bistrot, mestiere nettamente più facile da spiegare in risposta alla domanda: “Che lavoro fai?”, o la sua versione più business: “Di cosa ti occupi?”

Negli ambienti che frequentavano, non erano una coppia gay: erano una coppia. Erano Francesco e Matteo, stavano insieme. Tutto molto più semplice. Nessuno dei due aveva però fatto coming out con la propria famiglia. E nessuno nelle loro famiglie sospettava alcunché. Né Francesco né Matteo avevano modi effeminati, di quelli che attirano il bullismo a scuola. Nessuno dei due aveva mai mostrato interesse per trucchi e abiti femminili. Neppure per Lady Gaga. Il loro essere scevri da cliché mainstream e televisivi li aveva aiutati nel tenere il massimo riserbo coi loro famigliari.

Provenivano entrambi da famiglie medie, le classiche famiglie italiane un po’ tradizionaliste, magari non eccessivamente bigotte, ma quanto basta per non mettere a proprio agio chi ha uno stile di vita che diverge da quello che un genitore italiano medio considera “normale” e “rispettabile”.

Per quieto vivere, avevano sempre optato per il silenzio. Spesso è facile accusare di vigliaccheria e spendere belle parole sull’importanza di dichiararsi per ciò che si è; ma poi a volte bisogna fare i conti con la realtà, con le discussioni che le rivendicazioni possono generare, con gli sguardi fastidiosi, con i drammi inutili, e allora non è che uno abbia necessariamente timore: magari, semplicemente, non ha voglia, lascia correre e si tiene al riparo mantenendo un profilo basso.

Talvolta Francesco e Matteo biasimavano loro stessi per questo loro misto di pigrizia e pavidità, ma non era colpa loro se non amavano gli scossoni e se erano nati in contesti non proprio favorevoli a chi non aveva avuto in sorte di essere perfettamente allineato ai dettami patriarcali.

Però stavano insieme ormai da tre anni e avevano voglia di passare un Natale insieme. Non era ancora mai successo: ogni anno, ognuno andava a trovare la propria famiglia e si tenevano aggiornati con una sorta di telecronaca via WhatsApp, in cui descrivevano con dovizia di particolari gli aspetti più grotteschi delle rispettive riunioni di parenti.

“Cosa gli diciamo? Come la giustifichiamo la mia presenza?”
“Gli diciamo che sei un mio amico che per Natale sarebbe rimasto solo, così ho pensato di invitarti a passarla con la mia famiglia. Puntiamo sul calore della famiglia del Sud e sulla facile tenerezza. Diranno: ‘Ma poverino, hai fatto bene’. Non consentirebbero mai che una persona restasse sola a Natale. Saresti accolto come un rifugiato politico, come un esule da salvare.”
“Occhio però che non ci scappi qualche gesto d’affetto tra noi.”
“No no, per carità: massimo distacco virile.”
“Due etero tutti d’un pezzo.”
“Tipo eroi dei film d’azione anni Ottanta.”

Trascorsero tutto il tempo in macchina a studiare strategie di sopravvivenza, da casello a casello. Nelle soste agli Autogrill ripassavano il piano: Operazione Eterosessualità Mendace.
“Ci sarà da contrastare prima di tutto lo zio Carmine. Parlerà di calcio tutto il tempo, ma lì sei abbastanza preparato. In quel caso comunque basta giocarsela coi jolly tipo: ‘È colpa della società che non ha fatto la campagna acquisti giusta’. Classico intramontabile che sta bene su tutto. Mia madre e le zie ci chiederanno che aspettiamo a trovarci la fidanzata e sistemarci, ma è una pratica di routine, non mi spaventa più del dovuto. Ormai ho un prontuario di risposte rodate. Mio padre non parla mai e i cugini si chiuderanno in querelle tra loro su automobili e motociclette, mentre mio fratello principalmente si lamenterà delle tasse e dei politici. Il vero osso duro è lo zio Salvatore: rasenta l’erotomania, ci chiederà in continuazione quante belle donne rimorchiamo, cosa ci facciamo, se ci facciamo valere con le turiste straniere e machismi vari e assortiti. Saprà essere inopportuno in modi mai sperimentati dall’uomo civilizzato. Mai abbassare la guardia con lui, nemmeno quando si produrrà in vetuste battute omofobe.”
“E tua nonna?”
“Non vedo l’ora di abbracciarla.”

Francesco era legatissimo a sua nonna, e lei era legatissima a lui. Nonna Maria aveva trascorso due giornate intere in cucina pensando principalmente al nipote: accoglierlo con un menù degno di nota era per lei un dovere, una soddisfazione, una gratificazione e la migliore materializzazione del suo amore.

Francesco e Matteo arrivarono a destinazione felici di passare finalmente un Natale insieme e con un leggero timore per la situazione.
Tutto andò esattamente come aveva previsto Francesco: i parenti sembrarono recitare un copione ormai abituale, padroneggiandolo forti di anni e anni di repliche.

Quando il cenone si concluse, Francesco chiese alla madre: “Quale stanza avete preparato per Matteo?”.
La nonna intervenne: “Ci ho pensato io. Gli ho preparato il letto in camera con te.”
Francesco e Matteo rimasero sorpresi e spiazzati.
Nonna e nipote si lanciarono un sorriso complice colmo di un affetto così grande che superava le pareti della casa e andava a riempire la città, il continente, il mondo.
Francesco e Matteo, allora, si sentirono davvero amati, accettati, accolti, coccolati. Si sentirono a casa.

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