Zoe Saldaña ha conquistato Locarno nel giorno in cui ha ricevuto il Pardo Speciale alla Carriera. L’attrice è arrivata al Festival accompagnata dal marito, il produttore Marco Perego, e davanti a centinaia di persone ha ripercorso le tappe di una carriera costruita tra grandi produzioni hollywoodiane e cinema d’autore.
L’accoglienza è stata calorosa fin dal suo arrivo. Saldaña si è presentata con un look informale e senza trucco, mostrando un’eleganza semplice e spontanea. Dopo l’incontro pubblico, nonostante l’invito della sicurezza a dirigersi verso l’auto, ha notato alcuni fan rimasti più lontani e ha chiesto di poterli raggiungere per salutarli, concedendo altri sorrisi e selfie.
Anche il suo primo approccio con il pubblico è stato particolare: «Ciao a tutti, le foto le facciamo dopo». Una promessa che ha poi mantenuto.
Una carriera costruita sulla disciplina
A 48 anni, Zoe Saldaña può contare su una filmografia che comprende titoli come Avatar, Guardiani della Galassia e Star Trek, fino al riconoscimento dell’Oscar per Emilia Pérez.
Un percorso che, secondo l’attrice, non può essere separato dalla disciplina. Una caratteristica che ha imparato molto prima di diventare una star internazionale, quando studiava danza.
«La danza mi ha insegnato la disciplina. Mi ha insegnato che devi arrivare preparata, che devi fare il lavoro e continuare a farlo».
È proprio questa preparazione, insieme al lavoro costante, che Saldaña considera uno degli elementi fondamentali del suo percorso professionale.
«Non voglio essere definita soltanto da quello»
Il tema delle origini occupa una parte importante del suo racconto. Saldaña non nasconde le difficoltà legate all’essere una donna nera e latina a Hollywood, ma rifiuta l’idea che la sua identità possa diventare l’unica chiave di lettura della sua carriera.
«Non voglio pensare che qualcuno mi abbia scelta perché sono nera o latina. Voglio pensare che mi abbiano scelta perché sono brava, perché sono disciplinata e perché porto qualcosa al personaggio».
Il tema della rappresentazione resta comunque centrale: «So cosa significa entrare in una stanza ed essere diversa. So cosa significa non vedere molte persone che ti assomigliano. Ma non voglio essere definita soltanto da quello».
Guardando alla propria carriera, l’attrice riconosce il ruolo della fortuna, ma anche quello del sacrificio: «Ho avuto una carriera che non avrei mai potuto pianificare in questo modo. Sono stata molto fortunata, ma ho anche lavorato tantissimo».
Dal set alla regia: «Datemi la macchina da presa»
Dopo più di vent’anni davanti alla macchina da presa, Saldaña guarda già alla possibilità di cambiare prospettiva e provare a dirigere.
Non è però ancora il momento. Prima vengono la famiglia e il sostegno al percorso professionale del marito Marco Perego, impegnato nella regia e nella produzione.
«Voglio poter essere prima di tutto una mamma e una moglie».
E aggiunge: «Sono molto soddisfatta come attrice. Voglio sostenere la sua visione e quello che sta costruendo, perché lo sta facendo con uno scopo nel quale mi riconosco. E nel frattempo posso essere una mamma per i nostri tre ragazzi».
Il desiderio di dirigere, però, è tutt’altro che accantonato. Anzi, per Saldaña sembra essere soltanto una questione di tempo: «So che succederà. Posso guardare gli altri dirigere soltanto ancora per un po’, fino a quando dirò: datemi la macchina da presa. Fatemi provare».
Poi scherza sulle proprie convinzioni: «Noi donne pensiamo sempre di avere ragione, perché almeno la metà delle volte ce l’abbiamo. Quindi vorrei provare a dimostrare di avere ragione».
Una storia che aspetta di essere portata sullo schermo
Il passaggio alla regia potrebbe essere legato anche a un progetto al quale Saldaña sta già lavorando insieme alle sorelle. Il gruppo sta cercando di acquisire i diritti di un libro, ma l’attrice preferisce non rivelarne il titolo.
«Non posso dire quale sia perché non voglio che qualcuno arrivi e ce lo porti via».
La storia è ambientata nella Bay Area tra gli anni Quaranta e Cinquanta e ruota attorno a una coppia afroamericana. Lui torna dalla guerra profondamente segnato dall’esperienza vissuta, mentre la moglie rimane a casa e cerca di mantenere unita la famiglia.
«Lui torna dalla guerra come un uomo distrutto, come tanti veterani tornati dopo aver vissuto traumi enormi. Sua moglie è una donna tradizionale, resta a casa e fa tutto ciò che pensa sia giusto per far stare bene il marito e tenere insieme la famiglia».
All’interno della relazione emerge però una domanda sulla sessualità del marito: «Non sappiamo se il marito sia gay o eterosessuale».
Un conflitto privato che diventa universale
È proprio questo elemento ad attirare l’interesse di Saldaña. La questione, secondo l’attrice, va oltre la specifica storia raccontata e riguarda una condizione umana più ampia.
«Sono temi universali, non appartengono esclusivamente a una comunità o a una razza. Potrebbe essere la moglie in quella situazione oppure il marito a domandarsi se lei sia eterosessuale o meno. Il punto è una persona che, per qualche ragione, sente di non avere altra possibilità che nascondersi».
La particolarità del progetto starebbe anche nel modo in cui questa vicenda verrebbe rappresentata sullo schermo, attraverso una famiglia di colore.
«Non ho mai visto un film con un tema del genere raccontato attraverso una famiglia di colore. Mi piacerebbe moltissimo vederlo. E se nessun altro lo farà, allora un giorno vorrei essere io la regista che racconta una storia così».
Raccontare nuove famiglie
La volontà di Saldaña non si limita necessariamente alla comunità afroamericana. L’attrice immagina una rappresentazione più ampia di quelle realtà che il cinema ha raccontato meno frequentemente.
«Potrebbe essere sino-americana, potrebbe essere latinoamericana. Ma deve essere una famiglia di colore, qualcosa che non abbiamo mai visto prima».
È un punto nel quale il discorso sulla sua identità e quello sul futuro dietro la macchina da presa finiscono per incontrarsi. Saldaña non vuole essere scelta per il colore della propria pelle, ma allo stesso tempo vuole contribuire a portare sullo schermo storie e persone che ancora oggi trovano poco spazio.
E conclude: «Penso che queste comunità ne abbiano bisogno. Penso che le comunità queer di colore ne abbiano bisogno».
Da Locarno a una nuova sfida
Il riconoscimento ricevuto a Locarno arriva così in un momento particolare della carriera di Zoe Saldaña. Da una parte il bilancio di oltre vent’anni trascorsi davanti alla macchina da presa, con alcuni dei franchise più importanti del cinema contemporaneo e un Oscar. Dall’altra, la prospettiva di una nuova fase ancora tutta da costruire.
Per ora Saldaña resta attrice, moglie e madre. Ma l’idea di dirigere è già presente: osservare gli altri registi ancora per un po’, prima di chiedere finalmente quella macchina da presa.
E magari trasformare in cinema quelle storie che, secondo lei, non sono state ancora raccontate abbastanza.