Tra i film più discussi del Festival di Cannes c’è senza dubbio El Ser Querido, il nuovo lavoro del regista spagnolo Rodrigo Sorogoyen che ha impressionato critica e pubblico con un dramma familiare intenso, doloroso e profondamente metacinematografico.
Presentato in concorso, il film viene già indicato come uno dei candidati più forti per la Palma d’Oro grazie a una narrazione che intreccia cinema, relazioni umane e ferite irrisolte senza mai scivolare nella retorica.
Un regista tormentato e una figlia dimenticata
Al centro della storia c’è Esteban Martinez, interpretato da un applauditissimo Javier Bardem. Esteban è un celebre regista spagnolo vincitore di due Oscar, famoso tanto per il talento quanto per il carattere ingestibile, gli eccessi, le polemiche e una vita privata caotica.
Dopo quindici anni lontano dalla Spagna, decide di tornare per girare un grande film storico ambientato nel Sahara. Per il ruolo principale sceglie però una persona inattesa: sua figlia Emilia, con cui non ha praticamente più rapporti dall’infanzia.
La giovane donna, interpretata da Victoria Luengo, vive una realtà completamente diversa da quella del padre. Lavora saltuariamente come attrice, si mantiene facendo la cameriera e si ritrova improvvisamente catapultata in una produzione gigantesca accanto a un uomo che sente quasi estraneo.
Il set diventa una resa dei conti
Quello che inizialmente appare come un tentativo di riconciliazione si trasforma presto in uno scontro emotivo continuo. Sul set emergono vecchi rancori, abbandoni mai elaborati e ferite ancora aperte.
Sorogoyen costruisce il film evitando di schierarsi apertamente con uno dei due protagonisti. Da una parte c’è una figlia fragile e insicura, dall’altra un artista egocentrico e incapace di gestire davvero i propri sentimenti. Il loro rapporto si sviluppa attraverso tensioni quotidiane, silenzi, improvvise esplosioni di rabbia e momenti di grande vulnerabilità.
Il regista spagnolo usa il cinema stesso come strumento narrativo: il set diventa il luogo dove padre e figlia sono costretti a guardarsi davvero per la prima volta.
Una regia che mescola realtà e finzione
Uno degli aspetti più apprezzati del film è la scelta stilistica. Sorogoyen alterna bianco e nero e colore, digitale e pellicola, utilizzando formati diversi per accompagnare gli stati emotivi dei personaggi e confondere continuamente il confine tra realtà e rappresentazione.
La macchina da presa resta spesso vicinissima ai volti, catturando esitazioni, nervosismi e silenzi. Per aumentare il senso di distanza emotiva tra i protagonisti, il regista ha chiesto a Javier Bardem e Victoria Luengo di non incontrarsi prima delle riprese.
Il risultato è un rapporto credibile, fatto di disagio e diffidenza reciproca, che rende ancora più forte il conflitto centrale del racconto.
Un film sul perdono e sulle ferite familiari
Dietro il racconto cinematografico si nasconde una riflessione molto più ampia sul perdono, sui sensi di colpa e sulle relazioni impossibili da ricucire completamente.
Esteban tenta goffamente di recuperare il tempo perduto attraverso il lavoro, ma Emilia continua a vedere in lui l’uomo assente, alcolista e violento dei pochi ricordi d’infanzia che conserva. Il film affronta anche il tema del potere maschile sul lavoro e delle dinamiche tossiche all’interno delle produzioni cinematografiche.
Nel corso della storia, la troupe stessa diventa terreno di scontro tra gerarchie, pressioni e conflitti personali, mostrando il lato più duro e instabile del mondo del cinema.
Javier Bardem trascina il film
Gran parte della forza di El Ser Querido passa dall’interpretazione di Javier Bardem, considerata da molti una delle prove più intense viste finora sulla Croisette. Accanto a lui, Victoria Luengo regge il confronto con una performance trattenuta ma emotivamente potentissima.
Il film segna anche una nuova consacrazione internazionale per Rodrigo Sorogoyen, già apprezzato negli ultimi anni per opere come As Bestas e per la serie Dieci Capodanni.
Con El Ser Querido, il regista spagnolo porta a Cannes un’opera che riflette sul cinema senza celebrarlo, mostrando invece quanto l’arte possa diventare uno strumento imperfetto per tentare di spiegare sé stessi e i propri fallimenti.