Le Finals NBA tra i New York Knicks e i San Antonio Spurs non rappresentano soltanto una sfida per il titolo. Per la famiglia Brunson assumono un significato ancora più profondo. Ventisette anni dopo la finale del 1999, persa dai Knicks proprio contro gli Spurs, Jalen Brunson ha riportato la franchigia di New York a giocarsi l’anello, ripercorrendo in qualche modo il cammino iniziato da suo padre Rick.
All’epoca Jalen aveva appena due anni e non può conservare ricordi delle partite disputate da suo padre. Oggi, però, è lui il volto simbolo della squadra e il leader che ha guidato i Knicks fino all’ultimo atto della stagione.
Un primato storico per la famiglia Brunson
Con l’inizio delle Finals, Rick e Jalen Brunson entreranno nella storia come il primo duo padre-figlio ad aver preso parte alle Finals NBA con la stessa franchigia. Un traguardo reso ancora più speciale dal fatto che Rick assisterà da vicino all’impresa del figlio nel ruolo di assistente tecnico della squadra.
«Non riesco nemmeno a descriverlo a parole», ha raccontato recentemente Jalen parlando del significato di indossare la stessa maglia che suo padre aveva vestito tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila.
Il playmaker ha ricordato anche i suoi legami d’infanzia con il mondo Knicks: «Ricordo di essere cresciuto circondato da oggetti dei Knicks. Abbiamo ancora delle vecchie lenzuola della squadra».
Dai ricordi di bambino al ruolo di idolo del Madison Square Garden
Pur non ricordando le partite disputate dal padre, Brunson conserva nella memoria i nomi dei protagonisti di quella squadra.
«Ricordo i giocatori. Sprewell, Patrick Ewing, Marcus Camby. Il mio preferito? Sono indeciso tra Camby e Sprewell, ma devo inserire anche Allan Houston perché utilizzo spesso il suo jab step».
Da tifoso e figlio di un giocatore dei Knicks, Jalen è diventato nel tempo il nuovo punto di riferimento del Madison Square Garden. Un’ascesa costruita contro ogni previsione e lontano dagli stereotipi del playmaker moderno, dominando grazie a tecnica, intelligenza e straordinari fondamentali.
L’arrivo a New York tra dubbi e polemiche
Quando nell’estate del 2022 firmò con i Knicks, Brunson non era ancora considerato una stella della NBA. Dopo le buone stagioni ai Dallas Mavericks accanto a Luka Doncic, molti giudicarono eccessivo il contratto quadriennale da 104 milioni di dollari offertogli dalla franchigia newyorkese.
Le critiche furono amplificate anche dai rapporti tra Rick Brunson e la dirigenza dei Knicks. L’assunzione del padre come assistente tecnico alimentò accuse di favoritismi e spinse molti osservatori a considerare Jalen semplicemente “il figlio di”.
Col passare delle stagioni, però, la narrativa è cambiata completamente. Oggi Rick viene spesso identificato come il padre di Jalen e non il contrario, segno dell’enorme crescita del playmaker, diventato uno dei migliori interpreti del suo ruolo nella lega.
L’eredità di Rick Brunson
La storia di Rick Brunson è molto diversa da quella del figlio. Mai scelto al Draft, dovette costruirsi una carriera attraverso campionati minori e squadre di diversi Paesi prima di riuscire a ritagliarsi uno spazio in NBA.
Tra il 1995 e il 2006 vestì numerose maglie, vivendo spesso con contratti non garantiti e accumulando una lunga serie di trasferimenti. Una carriera da lavoratore instancabile, fatta di sacrifici e perseveranza.
Proprio quell’esempio ha segnato profondamente Jalen.
«Mio padre ha giocato per otto squadre in nove anni. Ogni stagione era costretto a lottare per guadagnarsi un contratto», ha raccontato il leader dei Knicks.
La lezione più importante
Jalen ha spesso spiegato come il ricordo più forte della sua infanzia non sia legato alle partite, ma all’etica del lavoro del padre.
«Da bambino vedevo mio padre allenarsi continuamente, sollevare pesi, tirare a canestro e giocare ogni giorno durante l’estate. Non capivo perché lavorasse così duramente. Crescendo ho capito che era quello che volevo fare anch’io».
Ha poi aggiunto: «Ho sempre in mente mio padre che lavora senza sosta sotto il sole estivo. È stata la cosa che ha avuto il maggiore impatto sulla mia vita».
Padre e figlio, stessa mentalità
Rick Brunson è convinto che il figlio abbia ereditato soprattutto la sua mentalità.
«Abbiamo la stessa passione, la stessa grinta e la stessa etica del lavoro. Semplicemente non abbiamo lo stesso talento», ha ammesso con orgoglio.
L’ex giocatore ha sempre mantenuto un rapporto molto chiaro con Jalen: «La cosa più importante per un padre è non essere un tifoso. Devi essere un padre. Non sono il suo amico, non sono un fan».
Eppure l’ammirazione è evidente. «Lo dico con rispetto e orgoglio: a volte vorrei essere lui. Normalmente è il figlio che vuole essere come il padre. Io invece gli dico: vorrei essere te».
Un finale ancora da scrivere
Oggi Jalen Brunson è il simbolo della rinascita dei Knicks e l’uomo che può riportare il titolo a New York per la prima volta dal 1973. Una missione che va oltre il semplice risultato sportivo.
Per la famiglia Brunson rappresenta l’occasione di trasformare il ricordo amaro delle Finals del 1999 in una storia di successo. Un percorso iniziato con i sacrifici di Rick e portato ai massimi livelli dal talento e dalla determinazione di Jalen.
Ora manca l’ultimo passo: conquistare quell’anello che potrebbe rendere questa storia di padre e figlio una delle più belle mai raccontate nella NBA.

