In una lunga intervista rilasciata al Corriere della Sera, Giacomo Poretti ripercorre la propria vita privata e professionale in occasione dei suoi settant’anni. L’attore racconta l’infanzia in una famiglia operaia, gli anni del lavoro in fabbrica, la passione politica giovanile, l’incontro decisivo con Aldo Baglio e Giovanni Storti e una riflessione sul presente, tra fede, morte e futuro di Milano.
Le origini tra sacrifici e lavoro operaio
Poretti ricorda un’infanzia segnata da condizioni economiche difficili. Nato a Villa Cortese, cresce in una famiglia numerosa e legata al lavoro in fabbrica. Il padre era metalmeccanico, la madre operaia tessile.
Anche lui inizia molto presto a lavorare: «Cinque anni. E pure io in fabbrica ho perso parzialmente l’udito». Un’esperienza che descrive come dura e lontana nel tempo, pur essendo avvenuta negli anni Settanta.
La politica e gli anni della tensione
Da giovanissimo si avvicina all’impegno politico, attratto dal desiderio di cambiare il mondo. Racconta però che il rapimento di Aldo Moro segnò una svolta definitiva nel suo modo di vedere le cose.
«Mi resi conto che con la violenza non si cambia il mondo, anzi lo si peggiora. Da lì cominciò un’altra vita».
Poretti rivela anche un episodio mai raccontato prima: quando aveva meno di vent’anni, durante una discussione in piazza, un ragazzo gli puntò una pistola alla tempia.
«Durò una frazione di secondo… poi fortunatamente per tutti e due lui è riuscito a scappare».
L’ospedale e la scoperta del teatro
Dopo il periodo in fabbrica lavora come portantino in ospedale e frequenta la scuola per infermieri. Parallelamente nasce la passione per il palcoscenico, coltivata già all’oratorio da bambino e poi approfondita in una scuola serale di teatro a Busto Arsizio.
Il primo vero debutto arriva con una compagnia teatrale amatoriale, in un’esperienza che ricorda con ironia: tra monetine, petardi e scarso successo.
L’incontro con Aldo e Giovanni
Il passaggio decisivo della carriera arriva nel mondo del cabaret milanese. Poretti racconta di aver visto Aldo e Giovanni esibirsi e di esserne rimasto folgorato.
Poco dopo li ritrova in un villaggio vacanze in Sardegna, dove lavoravano nell’animazione. Da lì nasce il sodalizio che cambierà la comicità italiana.
«Pensai: io con questi due geni voglio lavorare».
Il successo di Tre uomini e una gamba
Il trio approda poi al cinema con Tre uomini e una gamba, diventato uno dei film più amati dal pubblico italiano.
Poretti spiega che il segreto del loro stile è sempre stato l’improvvisazione: poche pagine scritte e molto lavoro dal vivo. Annuncia inoltre un nuovo progetto cinematografico.
«Quest’estate ci riproviamo: giriamo un nuovo film, uscirà verso Natale».
La nascita di Tafazzi
Tra i personaggi più celebri creati dal trio c’è Tafazzi, diventato negli anni simbolo di autolesionismo politico e sociale.
«Mi vestii buffamente, con il parapalle, presi una bottiglia vuota e cominciai a percuotermi. Da lì nacque tutto».
Con orgoglio ricorda come il personaggio sia entrato nel linguaggio comune e persino nel dizionario.
L’amore, la fede e la famiglia
Dopo la fine del matrimonio con Marina Massironi, Poretti racconta la nuova svolta sentimentale con Daniela Cristofori, sposata nel 2002. Dal loro rapporto è nato il figlio Emanuele.
Parla apertamente anche del proprio rapporto con la fede: un cammino interrotto e poi ripreso in età adulta insieme alla moglie.
«L’inquietudine per la vita e per la morte l’ho sentita sempre».
Milano tra business e anima poetica
L’attore dedica infine una riflessione alla città in cui vive e lavora, sottolineando la necessità di preservarne l’identità più profonda.
«È sempre la capitale del commercio e del business. Ma rischia di perdere quell’anima poetica che ha sempre avuto».
Per questo, insieme ad alcuni amici, è impegnato nella gestione di spazi teatrali pensati come luoghi di incontro, cultura e confronto.
Il pensiero sulla morte
Nell’ultima parte dell’intervista affronta uno dei temi che più lo accompagnano da sempre: la morte. Confessa di temerla e allo stesso tempo di esserne incuriosito.
«Direi una bugia se dicessi che non mi spaventa; ma sono anche curioso».
E immagina il paradiso come un luogo in cui rivedere tutta la propria vita, compreso il primo ricordo da bambino: i cigni sul lago di Zurigo, tra le braccia della nonna.