Per quasi trent’anni l’omicidio di Tupac Shakur è stato uno dei grandi misteri della musica americana, alimentando ipotesi, ricostruzioni e teorie mai arrivate a una conclusione giudiziaria. La svolta è arrivata con Duane “Keffe D” Davis, ex leader di una gang arrestato nel 2023 e ora, all’età di 63 anni, dichiarato colpevole di omicidio. Il verdetto è arrivato lunedì 31 agosto, al termine di un processo durato tre settimane: alla giuria sono bastate circa tre ore di deliberazione.
Chi era Tupac Shakur
Nato a New York nel 1971, Tupac Shakur portava il nome del rivoluzionario sudamericano Túpac Amaru II. Pubblicò il suo primo album nel 1991 e nel giro di pochi anni divenne una delle personalità più importanti dell’hip hop.
La sua carriera discografica ha superato i 75 milioni di dischi venduti nel mondo. Pochi mesi prima della morte aveva pubblicato “All Eyez on Me”, considerato il primo doppio album nella storia dell’hip hop e capace di vendere oltre cinque milioni di copie. Nel 2004 arrivò invece il successo postumo “Ghetto Gospel”.
Tupac non fu soltanto un musicista. Recitò anche in diversi film, tra cui “Juice”, “Poetic Justice”, “Above the Rim”, “Gridlock’d” e “Gang Related”. Nel 2017 è stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame.
La sua eredità ha continuato a influenzare generazioni di artisti. Kendrick Lamar lo ha indicato più volte tra le proprie fonti d’ispirazione, mentre 50 Cent ha sintetizzato così il peso lasciato dal rapper: “Ogni rapper cresciuto negli anni Novanta deve qualcosa a Tupac”.
Dall’attivismo alla Death Row Records
La figura pubblica di Shakur era molto più complessa dell’immagine legata al gangsta rap. Sua madre, Afeni Shakur, aveva militato nelle Pantere Nere e Tupac affrontava apertamente nelle proprie canzoni questioni come povertà, razzismo istituzionale e brutalità della polizia.
Secondo lo scrittore Santi Elijah Holley, autore di “An Amerikan Family: The Shakurs and the Nation They Created”, arte e impegno politico erano inseparabili nella sua produzione: “Il suo attivismo era la sua arte, i suoi testi”.
Nonostante fosse nato sulla costa orientale degli Stati Uniti e si fosse trasferito nel nord della California durante l’adolescenza, Tupac divenne uno dei simboli musicali della West Coast dopo l’ingresso nella Death Row Records, etichetta che aveva tra i suoi artisti anche Snoop Dogg e Dr. Dre.
La rivalità tra East Coast e West Coast
Negli anni Novanta le rivalità musicali finirono per intrecciarsi con quelle delle gang. A Los Angeles era in corso una violenta contrapposizione territoriale tra Bloods e Crips, mentre nel mondo del rap cresceva lo scontro tra East Coast e West Coast.
A rappresentare i due fronti c’erano soprattutto due etichette: la Death Row Records di Suge Knight e la Bad Boy Records di Sean “Diddy” Combs. Tupac era diventato il volto della prima, mentre Christopher Wallace, conosciuto come The Notorious B.I.G. o Biggie Smalls, era la grande star della seconda.
La notte in cui Tupac venne colpito
Il 7 settembre 1996 Tupac aveva soltanto 25 anni. Quella sera si trovava a Las Vegas insieme a Suge Knight per assistere al combattimento di boxe tra Mike Tyson e Bruce Seldon all’MGM Grand.
Dopo l’incontro, le telecamere di sorveglianza dell’hotel ripresero Tupac e alcuni uomini del suo entourage mentre aggredivano Orlando Anderson, ritenuto un membro dei South Side Compton Crips. Secondo la polizia, alcuni componenti del gruppo che accompagnava Shakur erano invece associati ai Mob Piru Bloods.
Circa tre ore più tardi Tupac viaggiava sul sedile del passeggero della BMW guidata da Knight. Un Cadillac bianco si affiancò alla vettura e dall’auto partirono diversi colpi. Il rapper fu raggiunto da quattro proiettili. Trasportato in ospedale, morì sei giorni più tardi.
Perché l’omicidio rimase senza soluzione per decenni
L’indagine incontrò enormi difficoltà fin dall’inizio. La polizia di Las Vegas ha sostenuto negli anni che molti testimoni non vollero collaborare. Alcuni membri dell’entourage del rapper accusarono invece gli investigatori di averli inizialmente considerati sospettati e di non aver seguito piste potenzialmente importanti.
Orlando Anderson venne identificato grazie alle immagini registrate all’MGM Grand e interrogato poche settimane dopo. Negò qualsiasi coinvolgimento e non venne mai incriminato. Morì nel 1998 in una sparatoria estranea al caso Tupac.
Anche altri due uomini indicati come occupanti del Cadillac, Terrence Brown e Deandrae Smith, sono morti. Nel corso degli anni gli investigatori hanno seguito migliaia di segnalazioni, scontrandosi però con la scarsità di prove materiali, la morte di diversi potenziali testimoni e il codice di silenzio diffuso nell’ambiente delle gang.
L’omicidio di Biggie e la nuova pista
Pochi mesi dopo la morte di Tupac, anche The Notorious B.I.G. venne ucciso in un agguato automobilistico, questa volta a Los Angeles. Il suo assassinio non è mai stato risolto e non ha portato ad arresti.
A metà degli anni Duemila la polizia di Los Angeles tornò a indagare e interrogò Duane Davis, zio di Orlando Anderson. Davis era stato a una festa alla quale aveva partecipato Biggie prima della sua morte.
L’uomo disse di non avere informazioni sull’omicidio di Biggie, ma raccontò agli investigatori di sapere cosa fosse accaduto a Tupac. Dichiarò soprattutto di trovarsi all’interno del Cadillac dal quale erano partiti gli spari.
Quelle informazioni furono fornite nell’ambito di un accordo che gli garantiva di non essere incriminato. Per anni l’intesa rimase valida. La situazione cambiò quando Davis cominciò a raccontare pubblicamente la propria versione.
Le dichiarazioni che hanno riaperto il caso
Nel 2019 Davis pubblicò insieme a un coautore il libro di memorie “Compton Street Legend”. Nel volume affermava di essere a bordo dell’auto utilizzata nell’agguato e di aver passato l’arma impiegata per uccidere Tupac verso il sedile posteriore del Cadillac. Non sostenne mai, però, di essere stato materialmente lui a sparare.
Davis raccontò altri particolari anche durante diverse interviste. Proprio quelle dichiarazioni pubbliche, secondo la polizia di Las Vegas, contribuirono a riattivare le indagini.
Nei due anni successivi gli investigatori lavorarono per verificare il suo racconto. Nel 2023 perquisirono la sua abitazione, sequestrando computer, due scatole di fotografie e numeroso materiale riguardante Tupac. Davis venne arrestato nello stesso anno.
L’accusa: una vendetta dopo il pestaggio di Orlando Anderson
Secondo i pubblici ministeri, l’omicidio sarebbe stato una rappresaglia per l’aggressione subita poche ore prima da Orlando Anderson. L’accusa ha indicato Davis come l’organizzatore del delitto, sostenendo che avrebbe ordinato l’attacco e fornito l’arma.
Per la procura, inoltre, le interviste e il libro pubblicati da Davis avrebbero violato i termini dell’accordo che in precedenza gli aveva garantito protezione dalle accuse. Un giudice ha accolto questa interpretazione, aprendo così la strada al procedimento nei suoi confronti.
La difesa di Davis: “Io non ho scritto quel libro”
La strategia difensiva si è concentrata proprio sull’attendibilità delle dichiarazioni attribuite a Davis. I suoi avvocati hanno sostenuto che il libro fosse stato realizzato insieme a un altro autore e che alcuni passaggi fossero stati romanzati o enfatizzati per renderlo più vendibile.
All’inizio di agosto Davis aveva inoltre negato in televisione di trovarsi a Las Vegas quando Tupac venne ucciso, prendendo le distanze dal contenuto delle memorie: “Io non ho scritto quel libro. Lo ha fatto uno scrittore”.
L’avvocato difensore Shaun Kent aveva evidenziato il paradosso centrale dell’intero procedimento: “Le due prove più importanti contro Keffe D provenivano dallo stesso Keffe D”. Secondo il legale, Davis avrebbe potuto sostenere di aver inventato quelle ricostruzioni per vendere copie del libro senza che ciò significasse aver partecipato all’omicidio.
Le accuse rivolte a Sean “Diddy” Combs
Nel corso degli anni Davis ha anche affermato pubblicamente che Sean “Diddy” Combs gli avrebbe offerto un milione di dollari per uccidere Tupac e Suge Knight, rivali della Bad Boy Records.
Combs ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento nell’omicidio di Shakur. Attualmente sta scontando una condanna a 50 mesi di carcere dopo essere stato riconosciuto colpevole a New York di due capi d’accusa relativi al trasporto di persone a fini di prostituzione.
Una condanna arrivata trent’anni dopo
La posizione dell’accusa non richiedeva di dimostrare che Davis avesse materialmente premuto il grilletto. Come aveva anticipato Kent prima del processo, la tesi era che l’ex leader della gang avesse avuto un ruolo determinante nell’organizzazione dell’agguato.
A trent’anni dalla notte di Las Vegas, il verdetto contro Duane Davis segna così una svolta giudiziaria in un caso rimasto per decenni senza un colpevole. L’assassinio che contribuì a trasformare Tupac Shakur da superstar del rap a icona culturale ha finalmente portato a una condanna, dopo anni di silenzi, testimoni scomparsi e dichiarazioni dello stesso imputato che hanno finito per assumere un ruolo centrale nel processo.
