Il riconoscimento facciale negli spazi accessibili al pubblico è una pratica vietata dalla normativa europea sull’intelligenza artificiale. A ribadirlo è stato il portavoce della Commissione europea Thomas Regnier, intervenuto mentre in Italia è al centro del dibattito politico un decreto legislativo sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale, dei dati biometrici e dei sistemi di videosorveglianza.
Regnier ha spiegato che l’obiettivo delle regole europee è impedire che l’intelligenza artificiale venga utilizzata per sorvegliare le persone nei loro spostamenti quotidiani negli spazi pubblici. Il portavoce ha tuttavia precisato di non voler esprimere un giudizio specifico sul provvedimento italiano, non disponendo di tutti gli elementi necessari.
In Italia il voto alla Camera è stato rinviato
Il confronto sul decreto italiano si è intensificato nelle ultime ore. Il voto della commissione Affari europei della Camera è stato infatti rinviato dopo le criticità emerse durante l’esame del testo e nelle audizioni degli esperti.
Il provvedimento era stato approvato dalla commissione Politiche dell’Unione europea del Senato e mira ad adeguare la normativa italiana al regolamento europeo 1689 del 2024, conosciuto come AI Act.
L’iter legislativo prosegue comunque nelle commissioni Affari costituzionali e Giustizia di Camera e Senato.
Il nodo del riconoscimento biometrico
Al centro della discussione ci sono soprattutto le disposizioni relative all’utilizzo dell’intelligenza artificiale per l’identificazione biometrica e per i sistemi di videosorveglianza.
L’articolo 8 del testo riguarda l’identificazione biometrica remota in tempo reale nei luoghi pubblici per finalità di polizia. L’utilizzo sarebbe consentito per la prevenzione di gravi minacce, come un attacco terroristico, oppure per la ricerca di persone scomparse o sequestrate.
La procedura prevista per richiedere e autorizzare l’impiego di queste tecnologie coinvolge anche le autorità giudiziarie.
L’articolo 10 e le immagini raccolte dalle telecamere
Un altro punto particolarmente discusso è l’articolo 10, dedicato al riconoscimento facciale a posteriori attraverso sistemi di videosorveglianza dotati di componenti di intelligenza artificiale.
La norma riguarda il contrasto dei reati in determinati luoghi o durante particolari eventi, quando siano presenti esigenze di ordine e sicurezza pubblica.
Il testo prevede che i dati possano essere conservati per un massimo di sette giorni. Le informazioni relative agli accessi e alle operazioni effettuate sui dati, invece, possono essere conservate per cinque anni.
La questione della raccolta preventiva
È proprio questo aspetto a rappresentare uno dei principali punti di contrasto. Secondo le critiche riportate nel dibattito italiano, il sistema potrebbe consentire la conservazione temporanea dei dati biometrici raccolti attraverso le telecamere anche prima che sia stato commesso un reato.
La questione riguarda quindi persone che non sono necessariamente sospettate di aver commesso un illecito. Se successivamente dovesse essere aperta un’indagine, le informazioni potrebbero diventare materiale investigativo; in assenza di un’indagine, i dati verrebbero cancellati entro il periodo previsto.
Il Garante per la protezione dei dati personali ha ritenuto il decreto nel complesso coerente con l’AI Act, ma ha evidenziato criticità rispetto al trattamento automatizzato e generalizzato dei dati biometrici negli spazi pubblici.
Cosa vieta l’AI Act
Il regolamento europeo vieta l’utilizzo o la vendita di sistemi capaci di categorizzare le persone attraverso i dati biometrici per dedurre o inferire elementi come la razza, le opinioni politiche, l’appartenenza sindacale, le convinzioni religiose o filosofiche, la vita sessuale o l’orientamento sessuale.
La normativa prevede però una distinzione per quanto riguarda l’etichettatura o il filtraggio di dati acquisiti legalmente dalle forze dell’ordine.
Il punto centrale diventa quindi stabilire per quali finalità vengono utilizzati i sistemi basati sull’intelligenza artificiale e quali limiti vengono rispettati nel trattamento delle informazioni biometriche.
Il riconoscimento facciale nell’Unione europea
Secondo uno studio del 2024, nell’Unione europea le tecnologie di riconoscimento facciale risultavano utilizzate in 11 Paesi: Austria, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Ungheria, Italia, Lettonia, Lituania, Slovenia e Paesi Bassi.
L’impiego è prevalentemente legato alla sicurezza pubblica, alla prevenzione dei crimini e alle attività investigative delle forze dell’ordine.
Il quadro europeo è inoltre influenzato dal GDPR, il regolamento sulla protezione dei dati personali, che rappresenta insieme all’AI Act uno dei principali riferimenti normativi per la gestione dei dati biometrici.
Il confronto con il Regno Unito
Un caso diverso è rappresentato dal Regno Unito, dove le forze dell’ordine stanno investendo nelle tecnologie legate alla sicurezza. La polizia di Londra considera droni e sistemi di riconoscimento facciale strumenti di supporto alle attività operative.
I sistemi vengono utilizzati anche per individuare persone presenti nelle liste di sorveglianza. Secondo i dati riportati, dal 2024 queste tecnologie hanno contribuito a oltre duemila arresti.
La posizione di Palazzo Chigi
Di fronte al richiamo arrivato da Bruxelles, fonti di Palazzo Chigi hanno assicurato che l’Italia continuerà a rispettare la normativa europea, a partire dall’AI Act, insieme alle garanzie costituzionali e ai diritti di libertà.
Il governo sostiene inoltre di voler mantenere un approccio all’intelligenza artificiale centrato sull’uomo e sulla sua governance.
Secondo Palazzo Chigi, l’Italia si è posta all’avanguardia nella regolamentazione dell’intelligenza artificiale, essendo stata tra i primi Paesi europei ad adottare una normativa di sistema e a procedere con la sua attuazione.
Tajani: “Seguiremo le linee dell’Unione europea”
Sulla questione è intervenuto anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Rispondendo ai giornalisti al Senato, ha affermato che l’Unione europea ha stabilito delle linee guida e che l’Italia le seguirà.
La posizione del governo è quindi quella di garantire il rispetto della disciplina europea, mentre in Parlamento prosegue l’esame del decreto italiano.
Un confronto ancora aperto
Il dibattito sul riconoscimento facciale resta dunque legato a due esigenze: da una parte l’utilizzo delle nuove tecnologie come strumento per la sicurezza e le indagini, dall’altra la tutela della privacy e dei diritti fondamentali.
Bruxelles ha ribadito il divieto del riconoscimento facciale negli spazi accessibili al pubblico, senza però pronunciarsi nello specifico sulla compatibilità del testo italiano con la normativa europea. In Italia, intanto, l’esame del decreto continua e il rinvio del voto alla Camera lascia aperto il confronto sui limiti che dovranno essere applicati all’impiego dell’intelligenza artificiale e dei dati biometrici.