Domani al cinema “Robin Hood – Il prezzo del sangue”: Hugh Jackman nei panni di un eroe mai visto

Il film di Michael Sarnoski offre una visione cruda e realistica di Robin Hood, con Hugh Jackman nel ruolo di un eroe tormentato.

Arriva nelle sale il 12 agosto “Robin Hood – Il prezzo del sangue”, nuova rilettura del celebre fuorilegge affidata al regista Michael Sarnoski, già dietro la macchina da presa per “Pig” e “A Quiet Place: Giorno 1”. Al centro della storia c’è Hugh Jackman, affiancato da Jodie Comer, Bill Skarsgård e Noah Jupe.

Chi si aspetta la consueta versione del principe dei ladri, tra foreste, duelli, imprese eroiche e ribellioni romantiche, si trova davanti a un film molto diverso. Qui Robin Hood è anziano, ferito e soprattutto costretto a fare i conti con il peso delle proprie azioni.

Un Robin Hood lontano dalla leggenda

Il protagonista non appare come l’eroe agile e affascinante entrato nell’immaginario collettivo. È un uomo segnato dal tempo, dalla violenza e dalle conseguenze di una vita trascorsa combattendo.

Dopo l’ennesimo scontro viene trovato in fin di vita e raggiunge un luogo isolato, dove può finalmente fermarsi. È proprio questa condizione a permettere a Sarnoski di spostare il racconto dall’avventura alla riflessione sulla colpa, sulla memoria e sulla possibilità di redenzione.

Il film, prodotto da A24 e presentato al Sydney Film Festival, sceglie quindi di osservare Robin nel momento in cui la sua leggenda comincia a trasformarsi in un peso.

Il mito nato dalle ballate medievali

La pellicola parte anche dalla consapevolezza che il Robin Hood conosciuto oggi non sia necessariamente quello delle testimonianze più antiche. La figura del ladro che ruba ai ricchi per aiutare i poveri si è costruita attraverso secoli di racconti, riscritture e adattamenti.

Le ballate medievali restituiscono un personaggio molto più vicino a un fuorilegge che all’eroe romantico diventato popolare nei secoli successivi. Anche il racconto della sua morte presenta elementi lontani dall’immagine tradizionale: in una delle antiche versioni Robin, malato, si affida a una priora per essere curato e finisce vittima di un salasso.

È proprio questo episodio ad assumere un’importanza centrale nel film. La donna che nella tradizione contribuisce alla morte di Robin diventa qui colei che cerca di salvarlo.

Hugh Jackman, un protagonista consumato dalla violenza

Hugh Jackman affronta il ruolo in una versione fisicamente molto diversa dai suoi personaggi più celebri. Il costume che indossa è particolarmente pesante e contribuisce a rendere il protagonista ancora più appesantito e provato.

Il paragone con Logan, il personaggio interpretato dall’attore nella saga degli X-Men, viene naturale per la presenza di un uomo anziano e consumato dal proprio passato. Ma il Robin di Sarnoski si muove su un terreno differente: non è soltanto un combattente stanco, è qualcuno che deve riconoscere il prezzo delle proprie azioni.

La sua interpretazione punta soprattutto sulla sottrazione. Robin parla poco, appare provato e raramente mostra emozioni in maniera esplicita. Anche i momenti di maggiore dolcezza assumono così un significato particolare, perché arrivano da un uomo che ha passato gran parte della propria esistenza usando la violenza.

Jodie Comer è Suor Brigid

A raccogliere Robin è Suor Brigid, interpretata da Jodie Comer, figura centrale nella seconda parte della storia.

Il personaggio prende spunto anche da Ildegarda di Bingen, religiosa, guaritrice, scrittrice e filosofa del XII secolo. La sua figura viene associata al concetto di viriditas, la forza vitale della natura.

Suor Brigid non è però soltanto una guaritrice. Attraverso il confronto con Robin diventa una sorta di controparte morale del protagonista. Tra i due nasce un dialogo nel quale vengono messi in discussione il potere delle storie e il modo in cui gli uomini possono utilizzare i racconti per giustificare o perpetuare la violenza.

Il film insiste così su una domanda: quanto può essere affidabile una leggenda quando è stata costruita da chi aveva interesse a raccontarla in un determinato modo?

Il sangue come elemento narrativo

La violenza è particolarmente presente nella prima parte del film. Ferite, morti e combattimenti contribuiscono a creare un Medioevo lontano da qualsiasi idealizzazione.

Gli effetti prostetici hanno un ruolo importante nella rappresentazione delle ferite, mentre anche il salasso di Robin viene realizzato attraverso soluzioni fisiche e materiali, anziché affidarsi esclusivamente agli effetti digitali.

La brutalità iniziale lascia progressivamente spazio a una dimensione più intima. Il protagonista, costretto all’immobilità dalla propria condizione, non può più continuare a fuggire attraverso l’azione.

Bill Skarsgård e un Little John inedito

Tra i protagonisti c’è anche Bill Skarsgård, nei panni di Little John. Il personaggio viene presentato in una forma molto distante dalla rappresentazione tradizionale del fedele compagno di Robin.

La sua presenza nella prima parte contribuisce al tono quasi horror del film, caratterizzato da una violenza esplicita ma non costruita soltanto per scioccare lo spettatore.

Skarsgård, noto anche per trasformazioni molto marcate grazie al trucco, in questo caso appare con un aspetto più essenziale. Anche i nomi dei personaggi, però, assumono un significato particolare: persino quelli che sembrano familiari possono nascondere un’identità diversa da quella tramandata dalla leggenda.

Murray Bartlett e il personaggio del lebbroso

Un’altra figura significativa è quella interpretata da Murray Bartlett, un uomo coperto di bende che arriva al priorato e finisce per diventare una sorta di specchio per Robin.

La sua presenza riduce ulteriormente il film all’essenziale: il volto dell’attore rimane quasi completamente nascosto e sono soprattutto gli occhi a comunicare.

Il confronto con Robin permette alla storia di spostarsi ancora una volta dalla leggenda alla dimensione umana, mettendo al centro la sofferenza e le conseguenze delle scelte compiute.

Dall’Irlanda del Nord alla Repubblica d’Irlanda

La dimensione visiva è fondamentale per costruire il mondo del film. Le riprese hanno privilegiato paesaggi reali tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, evitando di affidarsi esclusivamente a scenografie artificiali.

Colline, boschi, vallate e coste sostituiscono l’immagine tradizionale della foresta di Sherwood. Il territorio diventa così parte integrante della storia e contribuisce a restituire un Medioevo più aspro e credibile.

Tra le location indicate figurano Silent Valley, ai piedi dei Monti Mourne, e Murlough Bay, sulla costa della contea di Antrim. Due luoghi utilizzati per sottolineare l’isolamento e la dimensione malinconica del protagonista.

Glenarm, Gleniff Horseshoe e la Rocca di Cashel

La produzione ha utilizzato anche il villaggio storico di Glenarm, nella costa di Antrim, con le sue strade in pietra e gli edifici storici. Altre sequenze sono state ambientate nella Gleniff Horseshoe, nella contea di Sligo.

Tra i luoghi più importanti viene inoltre indicata la Rocca di Cashel, nella contea di Tipperary. L’imponente complesso medievale diventa lo scenario del priorato guidato da Suor Brigid.

A completare il lavoro sulle ambientazioni ci sono i Belfast Harbour Studios, utilizzati per le scene in interni, mentre la post-produzione è stata completata negli studi di Yellowmoon, nella contea di Down.

Una fotografia che cambia insieme a Robin

Anche la fotografia segue l’evoluzione del protagonista. Il film è stato girato in pellicola con l’obiettivo di conferire alle immagini una consistenza simile a quella delle fiabe antiche.

All’inizio domina una tonalità grigia e ostile. Quando Robin arriva al priorato e inizia lentamente a recuperare, il colore torna progressivamente nell’immagine. Poi il grigio ricompare quando arriva il momento di affrontare le conseguenze.

Persino il formato dell’immagine cambia dopo la battaglia, accompagnando il passaggio dalla dimensione della leggenda a quella più ravvicinata dell’uomo.

La musica arriva da Loxley

La colonna sonora è firmata da Jim Ghedi, musicista folk di Sheffield che vive vicino a Loxley, il villaggio tradizionalmente indicato come luogo di nascita di Robin Hood.

Ghedi lavora insieme a Tony Lewis e interpreta anche le parti vocali presenti nel film. La musica contribuisce così a mantenere un collegamento con la tradizione popolare dalla quale il mito di Robin Hood ha avuto origine.

Non si tratta soltanto di ricostruire musicalmente un’epoca: la colonna sonora diventa un ulteriore collegamento tra il personaggio e le storie che, nel corso dei secoli, ne hanno modificato l’identità.

Un film più intimo che d’avventura

“Robin Hood – Il prezzo del sangue” dura 123 minuti e sceglie deliberatamente di rallentare nella seconda parte. Il film non punta quindi sulla successione di imprese spettacolari, ma sulla permanenza accanto al protagonista.

Le figure che circondano Robin funzionano spesso come specchi attraverso i quali osservare il suo passato. Tra queste ci sono la giovane Margaret, interpretata da Faith Delaney, e Arthur, interpretato da Noah Jupe, arrivato al priorato per riscuotere un debito di sangue.

Il risultato è un’opera che utilizza il mito di Robin Hood per raccontare soprattutto un uomo costretto a guardare ciò che rimane dopo una vita di violenza.

Il confronto con gli altri Robin Hood

La storia cinematografica del personaggio è lunga e comprende interpretazioni molto diverse, da Douglas Fairbanks a Errol Flynn, dalla versione animata Disney fino a Kevin Costner, Russell Crowe e Taron Egerton.

Anche “Robin e Marian” di Richard Lester, con Sean Connery e Audrey Hepburn, aveva già scelto di raccontare un Robin Hood anziano e lontano dalla rappresentazione più romantica.

La pellicola di Sarnoski si inserisce in questa tradizione ma porta ancora più avanti il processo di smitizzazione. Qui non interessa soltanto mostrare un eroe invecchiato: l’obiettivo è mettere in discussione l’eroismo stesso.

Un racconto sulla forza delle leggende

Il cuore del film è dunque il rapporto tra verità e racconto. Robin comprende che le storie possono essere utilizzate per trasformare la violenza in qualcosa di accettabile, mentre Suor Brigid introduce una prospettiva diversa, ricordando che ogni strumento può essere utilizzato in modi opposti.

È una riflessione che attraversa tutta la pellicola: le leggende possono sopravvivere agli uomini, ma nel farlo possono anche cancellare ciò che è realmente accaduto.

Sarnoski sceglie di affrontare proprio questa contraddizione. Per smontare Robin Hood deve inevitabilmente continuare a raccontarlo, ma lo fa concentrandosi su ciò che le versioni più celebri hanno lasciato ai margini: le vittime, la colpa, il dolore e il tempo che passa.

Un Robin Hood senza più alibi

“Robin Hood – Il prezzo del sangue” arriva quindi al cinema come una rilettura decisamente distante dal blockbuster estivo tradizionale. Non ci sono la leggerezza della calzamaglia, l’avventura romantica o l’eroe che combatte semplicemente per una causa giusta.

C’è invece un uomo che porta sul proprio corpo i segni della vita che ha vissuto e che, una volta fermatosi, non può più evitare il confronto con il proprio passato.

È questo il cuore della versione interpretata da Hugh Jackman: Robin Hood non viene cancellato, ma privato della protezione della leggenda. Il film prova a guardare cosa resta quando il mito finisce e davanti allo spettatore rimane soltanto l’uomo.

magazine Attualità