Francesco De Gregori tra musica, libertà e nuovi progetti: «Se oggi avessi vent’anni e scrivessi “Rimmel”, mi darebbero spazio? La risposta purtroppo è no»

Francesco De Gregori ha presentato i progetti Nevergreen e Perfette sconosciute. Il cantautore ha parlato del nuovo lavoro, del repertorio scelto e del suo rapporto con la scrittura e con i concerti.

Francesco De Gregori guarda avanti senza inseguire celebrazioni o grandi operazioni nostalgiche. Il cantautore è pronto a tornare con Nevergreen, un progetto nato dall’esperienza della sua residenza artistica al Teatro Out Off di Milano e destinato a svilupparsi su più fronti: un docufilm in arrivo su Rai 3, un album live previsto in autunno e una nuova serie di concerti in piccoli teatri.

Al centro non c’è una raccolta dei grandi successi, ma un percorso diverso, costruito attorno a canzoni meno conosciute, brani finiti ai margini del repertorio e pezzi che nel tempo si sono nascosti tra le pieghe della sua discografia.

«Ho così tante canzoni nel cassetto e tante di quelle che la gente non ricorda più o si sono nascoste nelle pieghe dei miei dischi, da poter andare avanti ancora per un po’ di anni», ha spiegato.

Un documentario lontano dai modelli tradizionali

De Gregori ha chiarito fin da subito quale sarà l’identità del film dedicato al progetto. Nessuna autocelebrazione, nessun racconto costruito attorno alla figura dell’artista come protagonista assoluto.

«Non è un biopic e non pronunciate “baiopic” che mi dà fastidio. Non mi piacciono i biopic».

Il cantautore ha descritto il lavoro come un racconto del processo creativo, della musica nel suo farsi quotidiano: «Qui, non vedrete un artista seduto su una sedia a farsi raccontare quanto è bravo ma un musicista al lavoro, con la sua band. Una settantina di canzoni provate nel pomeriggio per poterne portare due la sera, l’idea di un laboratorio continuo, più che di una celebrazione».

Il no a Sanremo e la promessa fatta dopo Tenco

Tra i passaggi che più hanno colpito emerge una rivelazione sul rapporto con il Festival di Sanremo, evento da cui De Gregori è sempre rimasto lontano.

«Avevo 16 anni quando si uccise Luigi Tenco. Quando lo seppi e vidi in tv quello che era successo decisi che non avrei mai partecipato al Festival di Sanremo, a nessuna condizione».

Una scelta mai cambiata nel corso della sua lunga carriera.

Lontano dal gigantismo dell’industria musicale

Gli stadi, i grandi numeri e il culto del sold out non sembrano appartenere alla sua visione della musica.

«Mi danno fastidio. E un po’ è anche colpa vostra», ha detto rivolgendosi ai media.

La sua idea resta legata a luoghi più raccolti, dove il rapporto con il pubblico possa diventare diretto: «Se posso evitare il sold out, scelgo un teatro piccolo. L’empatia nasce più facile».

Un approccio che si estende anche alla situazione dell’industria musicale contemporanea e alle opportunità offerte ai giovani artisti.

«Se oggi avessi vent’anni e scrivessi “Rimmel”, mi darebbero spazio? La risposta purtroppo è no».

Il rapporto con l’ispirazione e il futuro

Tra i temi affrontati c’è anche quello dell’ispirazione creativa. De Gregori ne parla senza nostalgia e senza drammatizzare.

«Da anni non sento più ribollire quella spinta dentro di me».

Una constatazione che non significa un addio alla musica, ma una diversa relazione con il mestiere.

«Continuerò a cantare», ha spiegato, lasciando intendere che il bisogno di produrre continuamente materiale nuovo non è più una necessità assoluta.

E sull’eventuale momento in cui arriverà la fine del percorso artistico, la risposta resta fedele al suo stile essenziale: «Semplicemente sparirò».

Il ricordo di Lucio Dalla e lo sguardo sul presente

Nel corso dell’incontro è tornato anche sul legame con Lucio Dalla, una figura che considera fondamentale nel proprio percorso.

«Gli devo molto nello stile di canto, mi ha fatto capire la ritmica».

Sul presente, invece, mantiene uno sguardo distaccato e poco incline alle prese di posizione pubbliche nel mondo dello spettacolo.

«Non mi smuovono. Se devo andare a lezione, vado da un filosofo».

Parole che sembrano confermare ancora una volta il tratto distintivo che accompagna De Gregori da sempre: restare dentro la musica, lasciando che siano soprattutto le canzoni a parlare.

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