Presentato in concorso ufficiale al Festival di Cannes, Notre Salut del regista francese Emmanuel Marre si è imposto come una delle opere più discusse e apprezzate della Croisette 2026. Con questo secondo lungometraggio, Marre affronta uno dei capitoli più controversi della storia francese: il collaborazionismo durante il regime di Philippe Pétain.
Il film, ispirato alla storia reale della famiglia del regista, propone una riflessione inquietante sulla normalizzazione del male e sulla capacità delle istituzioni burocratiche di alimentare sistemi autoritari.
Un protagonista qualunque nel cuore del collaborazionismo
Al centro della narrazione c’è Henri Marre, interpretato magistralmente da Swann Arlaud, un uomo apparentemente mediocre che cerca di costruirsi una carriera all’interno dell’apparato amministrativo del governo di Vichy dopo l’armistizio del 1940 con la Germania nazista.
Henri non è un fanatico ideologico né un mostro evidente. È piuttosto un uomo opportunista, ambizioso e capace di adattarsi alle circostanze. Proprio questa normalità rende il personaggio così disturbante: il male non appare come qualcosa di eccezionale, ma come il risultato di piccoli compromessi quotidiani.
Marre costruisce il personaggio partendo dalle lettere autentiche scambiate tra i suoi bisnonni durante gli anni dell’occupazione. In quelle corrispondenze il regista ha trovato non solo il linguaggio del collaborazionismo, ma soprattutto la banalità della vita quotidiana che continuava mentre il regime consolidava la propria violenza.
La “memoria fantasma” della Francia di Vichy
Durante la conferenza stampa a Cannes, Emmanuel Marre ha definito il collaborazionismo una “memoria fantasma” della Francia contemporanea. Secondo il regista, il paese ha preferito identificarsi con il mito della Resistenza e della Francia gaullista, rimuovendo emotivamente la complessità del periodo di Vichy.
Il film tenta quindi di colmare questa frattura storica e morale, evitando però una lettura basata esclusivamente sulla colpa. Per Marre, comprendere come una società possa adattarsi progressivamente a un sistema autoritario è più importante del semplice giudizio retrospettivo.
Il regista utilizza un’immagine efficace: quella di una scala. Per arrivare all’ultimo gradino — la piena collaborazione con il regime — bisogna osservare tutti i passaggi intermedi, fatti di piccole concessioni, paure, convenienze personali e conformismo.
Una regia tra documentario e cinema sperimentale
Dal punto di vista stilistico, Notre Salut si distingue per un approccio visivo che richiama il documentario osservazionale. La macchina da presa segue i personaggi da vicino, spesso con camera a mano, creando una sensazione di immersione quasi claustrofobica nella macchina burocratica del regime.
La fotografia granulosa e il montaggio essenziale accentuano il senso di precarietà e di alienazione. A sorprendere è anche la colonna sonora anacronistica: tra i brani utilizzati compare perfino Live is Life degli Opus durante una scena dedicata a una parata di Pétain. Una scelta spiazzante che contribuisce a rendere il film meno convenzionale rispetto ai classici drammi storici ambientati durante la Seconda guerra mondiale.
Marre stesso ha raccontato che leggere i dossier amministrativi dell’epoca gli dava la sensazione di trovarsi dentro una versione tragica di The Office: un universo fatto di pratiche, timbri e procedure apparentemente ordinarie che però sostenevano un sistema repressivo.
Il rapporto epistolare come cuore emotivo del film
Accanto a Henri troviamo Paulette, interpretata da Sandrine Blancke, moglie del protagonista e figura fondamentale per comprendere la dimensione privata della storia.
Il loro rapporto emerge soprattutto attraverso lo scambio di lettere, elemento centrale della sceneggiatura. Gli attori hanno lavorato su un copione volutamente aperto, costruito più come una serie di indicazioni e suggestioni che come dialoghi rigidamente scritti. Questo metodo ha lasciato grande spazio all’improvvisazione, contribuendo a rendere le interpretazioni particolarmente naturali e autentiche.
Un film sulla seduzione del potere
La forza di Notre Salut sta nella capacità di mostrare come regimi autoritari possano prosperare non solo grazie alla violenza, ma anche attraverso il consenso passivo, l’opportunismo e il desiderio di avanzamento sociale.
Henri rappresenta il volto rispettabile del collaborazionismo: un uomo elegante, apparentemente innocuo, che impara rapidamente come muoversi all’interno della burocrazia, quando adulare i superiori e quando prendere le distanze. È il ritratto di quella zona grigia che spesso rende possibile il funzionamento delle dittature.
Il film suggerisce che il male non si manifesta sempre attraverso figure apertamente crudeli, ma anche tramite individui ordinari disposti a sacrificare principi morali pur di ottenere stabilità, riconoscimento o potere.
Una delle sorprese di Cannes 2026
Dopo il debutto del 2021 con Rien à Foutre, presentato alla Settimana della Critica, Emmanuel Marre compie con Notre Salut un importante salto artistico. Molti critici presenti a Cannes hanno già inserito il film tra i possibili candidati alla Palma d’Oro.
Grazie alla straordinaria interpretazione di Swann Arlaud e a una regia capace di fondere rigore storico e sperimentazione formale, Notre Salut si impone come una riflessione profonda e attualissima sui meccanismi dell’autoritarismo e sulla fragilità morale delle società democratiche.
