In un’intervista rilasciata a Vanity Fair, Dario Aita racconta il percorso intenso che lo ha portato a interpretare Franco Battiato nel film televisivo Franco Battiato. Il lungo viaggio, diretto da Renato De Maria e in onda su Rai 1. Un’esperienza che, come spiega l’attore, è andata ben oltre la semplice trasformazione scenica.
«Si è creata una terza entità»
Aita descrive il lavoro sul personaggio come qualcosa di quasi mistico:
«Si è creata una terza entità, una sorta di punto di incontro tra l’interprete e il suo personaggio. Io non mi sono trasformato in Franco, entrambi coesistevamo e ci fondevamo in un’altra figura. Era una strana fusione in cui Franco veniva a fare visita a Dario e Dario lasciava le porte aperte per lasciarsi abitare da Franco».
Un processo che, come racconta ancora a Vanity Fair, ha avuto qualcosa di inspiegabile:
«Quello che è accaduto è stato qualcosa di miracoloso. Avevo questa consapevolezza già da prima che il film venisse visto. Mentre giravo, sapevo che qualcosa stava accadendo».
E aggiunge:
«Franco mi è venuto a trovare sin da subito, mentre facevo i provini per questo film. È stato un incontro così fortunato e piacevole che mi sono lasciato immediatamente abitare da lui. Così, anche quando si dava lo stop ed era finita la giornata di lavoro, io tornavo a casa, sognavo, non più come Dario, ma come un’altra persona. E questo per me è stato un grande regalo: finalmente potermi liberare di me stesso o almeno della maschera che indosso quotidianamente».
Identità e maschere
Nel dialogo con Vanity Fair, l’attore riflette anche sul tema dell’identità:
«C’è una massima del filosofo Slavoj Žižek che dice che noi, in fondo, non siamo altro che la maschera che scegliamo di indossare, il personaggio con cui decidiamo di identificarci. Come attore, indosso talmente tante maschere che alla domanda “chi sono?” non saprei cosa rispondere. Mi piace essere talmente tante persone che, incontrando Franco Battiato, ho trovato una sorta di centro. Ed è stata una sensazione che mi ha dato molta pace».
Tra i punti in comune con il cantautore, Aita individua «Nel desiderio comune di indagare su se stessi e sulla sfera spirituale. Prima di interpretare Franco, era un tema che non trovava mai ampio spazio, bussava alla mia porta e io lasciavo appena uno spiraglio. Poi, ho scelto di lasciare la porta spalancata».
E ancora: «Come lui, ho fatto pace con il desiderio di avere successo. Per tanto tempo, ho vissuto una sorta di senso di colpa nell’ammettere a me stesso che amo avere successo, che desidero averlo».
La responsabilità di interpretare Battiato
Interpretare un artista così iconico comporta inevitabilmente una grande responsabilità. Aita lo riconosce:
«Credo che il senso di responsabilità, il suo peso siano dei bei regali che la vita ogni tanto ci fa. Soprattutto in casi come questi, in cui abbiamo l’occasione di impegnarci in qualcosa che possiamo restituire all’esterno. Però, allo stesso tempo, non nutrivo ansie di alcun tipo perché credo sarebbero state distruttive per il mio lavoro e il mio personaggio».
E spiega come abbia scelto di liberarsi da eventuali timori:
«Franco si è liberato molto presto di certe ansie di approvazione. Se le avessi avute, non avrei lavorato come lui. Quindi, anche io le ho lasciate andare, consapevole di essere protetto in quello che stavo facendo. Essere Battiato non è stato solo un lavoro di autogestione, di autofiction, ma è stato possibile anche grazie alle persone che hanno creduto e hanno avuto fede in me».
Il canto e le difficoltà
Tra le sfide più grandi, il canto:
«Assolutamente sì. Il primo è stato il canto. È uno strumento di espressione che non ho mai sfruttato, l’ho tenuto sempre in cantina, pensando che potevo tranquillamente risparmiare la mia voce agli esseri umani».
Eppure, il lavoro è stato meticoloso:
«Ho curato quest’aspetto in maniera quasi ossessiva. Ho cantato tutti i giorni della mia vita i versi e le canzoni di Battiato che ci sarebbero state nel film. Poi li ascoltavo decine di volte al giorno. È stato davvero difficile».
Tra i brani più significativi per lui:
«L’ombra della luce. È un brano che ho scoperto prima del provino e credo che sia uno dei suoi pezzi più belli. Mi ha stregato: è una canzone che mi attraversa emotivamente in un modo davvero intenso. Infatti, dopo il provino, non l’ho mai più riascoltata. È qualcosa di così alto che non riesco ad ascoltarla come farei con qualsiasi altra canzone».
Il rapporto con la madre e la Sicilia
Un nodo complesso è stato comprendere il legame di Battiato con la madre:
«Il lavoro sul rapporto con la madre, che è stata uno dei centri nevralgici della vita di Battiato. L’errore più grande che può fare un attore è giudicare il suo personaggio, ma sinceramente non riuscivo a capire come una persona così anticonvenzionale come Battiato scegliesse di vivere tutta la vita con sua madre, lasciandosi accudire da lei. Questa cosa mi faceva storcere il naso».
Poi la consapevolezza:
«Io sono andato via da Palermo a 19 anni. Appena ho messo piede fuori casa, non ho mai avuto alcun dubbio che non sarei mai più ritornato, che non avrei mai più rivissuto con la mia famiglia. La scelta di Battiato era profondamente lontana dalla mia. Però, poi ho capito che la sua era davvero una scelta anticonformista, che lo rispecchiava pienamente. Sarebbe stato molto più ordinario sposarsi e fare dei figli, mentre lui ha preferito l’amore per sua madre, un tipo di sentimento che va al di là delle convenzioni. Quando l’ho compreso, è stato molto commovente e liberatorio».
Il legame con la Sicilia resta centrale anche per Aita:
«Assolutamente sì. La condizione di isolano è stata determinante nella mia formazione umana e artistica. La Sicilia è un luogo che sembra proteggerti, ma al tempo stesso non lascia entrare troppe influenze dall’esterno. E questo per me si è tradotto sempre in una forte pulsione verso l’evasione. Anche per Battiato è stato così: prima Milano, poi ha girato tutto il mondo, ma nella parte finale della sua vita ha sentito il bisogno di ritornare alla sua terra».
Crescita personale e sindrome dell’impostore
L’esperienza, racconta ancora a Vanity Fair, gli ha lasciato molto:
«Ho cercato di tenere il passo con una vita così densa, così piena di studi che ogni tanto mi annichiliva. Ma ho lasciato che attecchisse tutto quello che poteva e l’ho lasciato sedimentare dentro di me. Quindi, mi auguro che tutto questo abbia favorito il mio percorso di crescita e costruzione personale».
Sul suo percorso professionale:
«Io non ho mai avuto quella ferrea volontà di perseguire una determinata strada. Io mi sono lasciato più guidare dagli eventi. Ho saputo accogliere bene le occasioni quando mi sono arrivate. Credo che nella mia vita sia successo questo: alle volte, le cose sono arrivate quasi per caso o apparentemente per caso, ma poi ho lavorato in modo che continuassero ad andare in quella direzione».
Infine, una riflessione sulla sindrome dell’impostore:
«Ce l’ho avuta per tanto tempo. Ci sono state moltissime volte in cui la gente mi ha riempito di complimenti e io sotto sotto pensavo: “Forse non capiscono, forse sono di bocca buona”».
Ma oggi qualcosa è cambiato:
«In questo progetto no. Non mi sento un impostore, so che ho dato il massimo e ho fatto un ottimo lavoro».