La prima serata del Festival di Sanremo 2026 si apre con un momento carico di emozione: un omaggio a Peppe Vessicchio, scomparso lo scorso novembre, figura entrata nell’immaginario collettivo della kermesse. Per quasi trent’anni il suo nome è stato legato a doppio filo al palco dell’Ariston, dove l’annuncio «dirige il maestro Beppe Vessicchio» scatenava puntualmente l’applauso più caloroso della sala.
Napoletano autentico, teneva molto a quel “Peppe” pronunciato con la P, dettaglio che raccontava il suo carattere: sorridente, elegante nei modi, mai sopra le righe. Un direttore d’orchestra atipico, capace di trasformare un ruolo tecnico in presenza scenica amatissima dal pubblico.
Quattro vittorie e mille ricordi
Il suo percorso sanremese è costellato di successi: quattro le affermazioni come direttore d’orchestra. Nel 2000 con gli Avion Travel e “Sentimento”, nel 2003 al fianco di Alexia con “Per dire di no”, nel 2010 con Valerio Scanu e “Per tutte le volte che”, quindi nel 2011 insieme a Roberto Vecchioni con “Chiamami ancora amore”.
Amava rievocare episodi rimasti nella memoria collettiva: l’emozione di ascoltare Whitney Houston durante le prove («un colpo al cuore per un musicista»), o l’ironia condivisa con Elio e le Storie Tese ai tempi de “La terra dei cachi”, quando il secondo posto fu accolto con una risata dissacrante. Stimava profondamente Pippo Baudo, che definiva «vero musicista», e ricordava con affetto la leggerezza di Raimondo Vianello.
Quando negli ultimi anni non fu più sul podio dell’orchestra, il pubblico reagì con petizioni, campagne social e perfino gadget a lui dedicati. Lui, invece, scelse il basso profilo: «La vita va avanti», spiegò. A mancargli non era la ribalta, ma il clima umano che si respirava a Sanremo: colleghi, cene notturne, risate dietro le quinte.
La famiglia
Accanto alla carriera, una famiglia solida: quarant’anni di matrimonio con Enrica Mormile, la figlia Angelica, la nipote Teresa e le pronipoti. Un universo domestico quasi tutto al femminile, come amava scherzare.
Rimpianti e collaborazioni del cuore
Tra i desideri rimasti irrealizzati, la mancata collaborazione con Lucio Battisti. Tra i ricordi più intensi, invece, il lavoro con Gino Paoli per “Ti lascio una canzone”, brano nato – raccontava – come messaggio d’amore legato al passato con Ornella Vanoni: parole che lo commossero fino alle lacrime, testimonianza del potere evocativo della musica.
L’omaggio dei The Jackal
Nelle ore che precedono il Festival, anche i The Jackal hanno scelto di ricordarlo con un video diffuso sui social. Nessuna ironia questa volta, ma un racconto intimo di un’amicizia durata quasi nove anni. Nel filmato riaffiora una delle sue teorie più affascinanti: la musica come forza soggetta alla gravità, tutto ciò che sale è destinato a tornare a terra, come le foglie o le stelle. Un pensiero che intrecciava cosmologia e ritmo, vita e partitura.
Tra aneddoti leggeri e riflessioni profonde, emerge il tratto che più lo distingueva: l’umiltà. Anche davanti all’affetto delle nuove generazioni, riusciva a rispondere con autoironia. Il video si chiude con un conto sospeso, quasi un tempo musicale lasciato a metà.
Un addio che non è soltanto commemorazione, ma riconoscimento di un’eredità artistica e umana. Perché se il viaggio si interrompe, resta la traccia del suono che ha lasciato dietro di sé.