Paolo Santo, figlio di Biagio Antonacci, debutta da solista: “Decine di hit scritte per altri, volevo qualcosa di mio”

Il primo album di Paolo Santo, 'Paolo Santo Superstar', offre un viaggio musicale personale e autentico, distinguendosi nel panorama pop italiano.

Dopo anni trascorsi dietro le quinte come autore di alcune delle hit più importanti del pop italiano contemporaneo, Paolo Santo sceglie finalmente di mettersi al centro della scena. Dal 22 maggio è disponibile Paolo Santo Superstar, il suo primo album ufficiale pubblicato per Primi Anni/Atlantic Records/Warner Music Italy.

Il progetto arriva dopo una lunga carriera da autore che lo ha visto firmare successi per artisti come Annalisa, Tananai, Geolier, Fedez e Achille Lauro. Brani come Sinceramente, I p’ me, tu p’ te, Incoscienti Giovani, Mille e Mon Amour portano anche la sua firma.

Questa volta, però, Paolo Antonacci sceglie di raccontare sé stesso, lasciando da parte il ruolo di autore nell’ombra.

Un album costruito come un “micromondo”

Paolo Santo Superstar è composto da sette tracce pensate come parti di un’unica narrazione. Il disco, anticipato dal singolo Torre di Babele, nasce come un’opera compatta e concettuale, ispirata alla forma dell’opera rock e in particolare all’immaginario di Jesus Christ Superstar.

Lo stesso artista ha spiegato a Sky Tg 24 la scelta del numero dei brani:

“Sette è il numero della creazione e nel mio microcosmo era giusto dividere il disco in sette pezzi. Gli altri prenderanno un’altra forma in futuro. Sette è la nascita e la morte di un uomo, è scritto negli astri. Le canzoni hanno un effetto domino perché hanno senso in questo album e sono le pareti di un mondo. Il resto si vedrà”.

L’album viene descritto come un viaggio intimo, costruito attorno ai temi dell’identità, della crescita personale e della necessità di trovare una propria voce.

La ricerca di autenticità

In una lunga intervista rilasciata a Vanity Fair, Paolo Santo ha raccontato le motivazioni che lo hanno spinto a debuttare finalmente come interprete.

“Perché ho sentito di dover lasciare traccia. Non sono René Ferretti, che in Boris pensa ‘mamma mia la monnezza che ho fatto’. Non sputo nel piatto dove ho mangiato e dove continuo – anche se meno – a mangiare. Ho sempre difeso il mio lavoro, sono felice di tutte le canzoni che ho scritto. Però, anche basta: uno cerca su Google il mio nome e trova decine e decine di hit scritte per altri, volevo qualcosa di mio, qualcosa di vero”.

Parole che raccontano il desiderio di uscire da una dimensione esclusivamente autoriale per costruire un percorso più personale e riconoscibile.

Il peso del cognome e il bisogno di una strada propria

Figlio di Biagio Antonacci e nipote di Gianni Morandi, Paolo Antonacci ha spesso dovuto confrontarsi con il peso di una famiglia simbolo della musica italiana.

Nell’intervista ha ammesso di aver vissuto con difficoltà l’essere “figlio d’arte”, soprattutto durante gli anni in cui molti giovani artisti debuttavano rapidamente nei grandi eventi televisivi.

“Da piccolo – ci tengo a dirlo: da piccolo, non oggi – nei vari Sanremo ho visto una sfilata di figli d’arte in cui non mi sono mai riconosciuto. Non fa per me. Meglio stare dietro le quinte”.

Per molto tempo, infatti, l’autoraggio è stato per lui il modo più naturale per vivere la musica senza esporsi direttamente.

Un disco lontano dalle logiche del pop industriale

Tra gli aspetti più interessanti del racconto di Paolo Santo emerge anche una riflessione sul funzionamento attuale dell’industria musicale. L’artista critica apertamente il sistema delle “sessioni” collettive di scrittura, dove più autori lavorano contemporaneamente a brani pensati spesso per esigenze commerciali.

“Oggi è un concorso di autori, di strategie, di sessioni in cui si sta in studio tutti insieme e, spesso, bisogna far quadrare i conti, far tornare i numeri”.

Per questo motivo, Paolo Santo Superstar è stato sviluppato in modo completamente diverso, attraverso un lavoro lungo e immersivo con poche persone fidate, tra cui lo stesso Tananai, definito da Paolo “un fratello”.

Il risultato è un disco che evita strutture pop troppo prevedibili e punta invece su un cantautorato più libero, psichedelico e cinematografico.

Le sette tracce come frammenti di un universo personale

Ogni brano rappresenta una scena diversa di questo “micromondo” musicale. Bolognese Spaghetti apre il viaggio con atmosfere sospese tra nostalgia e immaginazione, mentre La Crisi dopo i Tre affronta le fragilità sentimentali e il tradimento.

La Voglia guarda invece all’amore adolescenziale, mentre Torre di Babele utilizza la celebre allegoria biblica per raccontare l’incomunicabilità nelle relazioni moderne.

Tra i momenti più intensi del disco c’è anche Il Grande Incendio In Via Rialto, rilettura contemporanea del “rogo delle vanità”, insieme a Zombie, costruita attorno a un sorprendente ribaltamento narrativo. A chiudere il progetto arriva She’s a Maniac, ballata dalle atmosfere space love dal forte taglio cinematografico.

«Non voglio fare numeri, voglio lasciare qualcosa»

Paolo Santo non sembra interessato a inseguire le logiche del successo immediato. Lo ha spiegato a Vanity Fair chiaramente parlando delle aspettative legate all’album:

“Non ho aspettative, già solo avere questo vinile tra le mani, poter regalare ai miei amici una cosa veramente mia, mi emoziona. È tutto qui, è un disco concepito tra il sonno e la veglia, non per fare i numeri”.

Un approccio che riflette perfettamente lo spirito del progetto: personale, sincero e distante dalle formule più standardizzate del pop contemporaneo.

E anche il giudizio più importante, quello del padre Biagio Antonacci, sembra aver confermato la direzione intrapresa:

“Che era fiero di me, della scelta che ho fatto. Mi ha capito, ha capito l’album”.

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