L’allenatore dei Golden State Warriors, Steve Kerr, è già una leggenda del basket NBA. Da domenica, però, il suo nome è entrato anche nella storia del cinema: il tecnico statunitense ha infatti vinto un Premio Oscar come produttore esecutivo di un cortometraggio documentario.
Sessant’anni, cinque titoli NBA conquistati da giocatore e quattro da allenatore, Kerr ha aggiunto ora un riconoscimento del tutto inaspettato alla sua carriera. Il cortometraggio “All the Empty Rooms” ha trionfato agli Oscar nella categoria miglior cortometraggio documentario.
Il film racconta le storie di famiglie che hanno perso i propri figli nelle sparatorie di massa negli Stati Uniti. Il progetto nasce dal lavoro del giornalista Steve Hartman e del fotografo Lou Bopp, che attraverso un racconto intenso e toccante ricostruiscono le vite delle vittime. Il documentario, della durata di circa 35 minuti, è ambientato nelle camere da letto dei ragazzi uccisi, diventate simboli silenziosi di un dolore ancora presente.
Kerr ha spiegato di aver avuto un ruolo limitato nella realizzazione del film, ma di essersi sentito subito coinvolto nel progetto per ragioni personali e morali.
«Non ho avuto nulla a che fare con la realizzazione del film, ma sono orgoglioso di essere associato a questo progetto», ha dichiarato l’allenatore in un’intervista riportata da ESPN.
Il tecnico dei Warriors ha raccontato che l’idea di partecipare al progetto è nata circa un anno fa, quando gli è stato proposto di diventare produttore esecutivo. Il suo compito era soprattutto quello di sostenere e promuovere l’opera.
«Mi hanno chiamato circa un anno fa chiedendomi se volessi essere produttore esecutivo, il che significava essenzialmente mettere il mio nome e aiutare a promuoverlo. Non ho avuto dubbi vista la mia passione per questo tema. Dopo aver visto il film sono rimasto sorpreso da quanto fosse meraviglioso e commovente», ha spiegato Kerr.
Il tema della violenza armata negli Stati Uniti è particolarmente vicino all’allenatore. Kerr è infatti nato a Beirut e ha vissuto gran parte della sua infanzia nella capitale libanese. Suo padre, presidente dell’American University di Beirut, fu ucciso a colpi di arma da fuoco nel 1984.
Negli ultimi anni il tecnico dei Warriors si è spesso espresso pubblicamente a favore di una regolamentazione più severa delle armi negli Stati Uniti. In un articolo di opinione pubblicato dal Los Angeles Times ha spiegato cosa lo ha colpito maggiormente del documentario.
«Quello che mi ha colpito subito è stato il modo in cui il film ascolta le famiglie. Dà loro spazio per parlare dei loro figli senza trasformare queste storie in politica o spettacolo. C’è una dignità in questa scelta, ed è qualcosa di raro nel modo in cui il nostro Paese parla normalmente della violenza armata».
Con questo premio Kerr entra in un gruppo molto particolare di figure legate all’NBA che hanno vinto un Oscar. Tra loro c’è anche la stella dei Warriors Stephen Curry, che nel 2022 ha ottenuto la statuetta come produttore esecutivo del cortometraggio documentario “The Queen of Basketball”.
Anche Shaquille O’Neal ha partecipato allo stesso progetto con lo stesso ruolo di produttore esecutivo.
Il caso più famoso resta però quello di Kobe Bryant. La leggenda dei Los Angeles Lakers vinse nel 2018 l’Oscar per il miglior cortometraggio d’animazione con “Dear Basketball”, ispirato alla lettera con cui annunciò il suo ritiro dal basket.
Ancora una volta, quindi, il mondo NBA dimostra di sapersi muovere anche oltre il parquet, lasciando il segno perfino nel cinema. E ora anche Steve Kerr può dire di aver conquistato una statuetta dorata, aggiungendo un nuovo capitolo a una carriera già straordinaria.