I Los Angeles Lakers sono intrappolati in una terra di mezzo che sa di mediocrità. La classifica parla chiaro: 34 vittorie e 23 sconfitte, sesto posto nella Western Conference e appena due partite di margine sui Phoenix Suns, settimi e pronti a spingere i gialloviola verso il play-in. Dopo l’All Star Game sono arrivate tre sconfitte consecutive, un segnale che il soffitto della squadra sembra ormai ben definito: accesso ai playoff e uscita anticipata.
L’arrivo di Luka Doncic il 1° febbraio 2025 doveva cambiare il destino della franchigia. Non è successo. Nonostante una stagione individuale mostruosa – 32,5 punti di media (miglior marcatore NBA), 7,8 rimbalzi, 8,6 assist, 27 doppie doppie e 6 triple doppie in 45 partite – i Lakers non sono mai riusciti a trasformare il talento in equilibrio collettivo.
L’anno scorso le 50 vittorie e il terzo posto a Ovest avevano illuso l’ambiente. Poi l’eliminazione netta al primo turno contro i Timberwolves ha evidenziato limiti strutturali: poca coesione, scarsa profondità e meccanismi arrugginiti.
I limiti strutturali
I Lakers non eccellono in nulla. Sedicesimi per punti segnati, dodicesimi per punti concessi, diciassettesimi per percentuale da tre. Attaccano bene il ferro e tirano con alte percentuali da due, ma nell’era del tiro pesante non basta. Sono tra le peggiori squadre ai liberi, soffrono a rimbalzo (terzi peggiori della lega) e proteggono poco il ferro. Il net rating è negativo, fotografia perfetta di una squadra discontinua.
Deandre Ayton resta il miglior rimbalzista, ma il contributo sotto canestro è altalenante. L’aggiunta di Luke Kennard ha migliorato il tiro da fuori, senza però sfruttare davvero gli spazi creati da Doncic. La rotazione corta di JJ Redick è più una necessità che una scelta.
Il trio che non decolla
Il nodo centrale resta la convivenza tra Doncic, LeBron James e Austin Reaves. In 14 partite insieme il bilancio è 8-6, con tre sconfitte consecutive. I numeri avanzati sono impietosi: senza LeBron, la coppia Doncic-Reaves produce un net rating positivo (+4,6); con James e Reaves ma senza lo sloveno si scende a -5,3; con LeBron e Doncic senza Reaves si arriva a -5,7.
Tre creatori di gioco, poco tempo per sviluppare chimica e una sensazione crescente di incompatibilità. Il ruolo di leader è chiaro – è Doncic – ma la convivenza tecnica e caratteriale non sembra fluida.
Il tema LeBron
Il futuro della franchigia passa inevitabilmente da LeBron James. A 41 anni, nella sua 23ª stagione NBA, viaggia ancora a 21,7 punti, 5,7 rimbalzi e 7 assist di media. Numeri straordinari, ma il contratto in scadenza e la possibilità di diventare free agent in estate aprono scenari delicati.
I Lakers sarebbero felici di trattenerlo, ma a cifre inferiori. E James difficilmente rinuncerà a una “farewell tour” che avrebbe proporzioni storiche. L’ipotesi di un ritorno ai Cleveland Cavaliers, in Ohio, resta sullo sfondo.
Nel frattempo, la squadra sembra sospesa, quasi in attesa di capire quale direzione prendere. Costruire definitivamente attorno a Doncic? Tentare un ultimo assalto con LeBron? L’incertezza pesa, dentro e fuori dal campo.
Un destino già scritto?
La sensazione è che il progetto attuale sia destinato a esaurirsi presto. Il play-in incombe, i playoff non spaventano nessuno e la corsa al titolo appare lontanissima. I Lakers non sono abbastanza deboli per crollare, ma neppure abbastanza forti per competere davvero.
Finché il futuro di LeBron non sarà chiarito, la franchigia resterà in bilico. E intanto, della squadra dominante che fu, non c’è traccia.