Si alza la voce dei protagonisti della NBA contro una delle norme più discusse degli ultimi anni: l’obbligo di disputare almeno 65 partite stagionali per poter concorrere ai premi individuali, come l’MVP. Una regola che, secondo molti atleti, rischia di escludere ingiustamente alcune delle stelle più brillanti della stagione.
Il rischio esclusione per le stelle
Tra i nomi coinvolti spiccano Nikola Jokic, Victor Wembanyama e Cade Cunningham, tutti potenzialmente fuori dalla corsa al premio di miglior giocatore proprio a causa di questa soglia minima.
Il caso più delicato è quello di Cunningham, autore di una stagione di altissimo livello ma fermato da un problema polmonare dopo uno scontro di gioco. Il giocatore ha già disputato 61 partite, ma con poche gare rimaste rischia di non raggiungere il limite richiesto.
La posizione dell’associazione giocatori
La NBPA ha espresso apertamente il proprio dissenso, definendo la regola troppo rigida e penalizzante. In una presa di posizione ufficiale è stato sottolineato come diversi giocatori meritevoli siano stati esclusi dai riconoscimenti di fine stagione per una norma ritenuta “arbitraria”.
Secondo l’associazione, sarebbe necessario introdurre delle eccezioni, soprattutto nei casi di infortuni seri che impediscono agli atleti di completare il numero minimo di presenze.
Anche LeBron tra i penalizzati
Tra i giocatori colpiti dalla regola figura anche LeBron James, che per la prima volta dopo oltre vent’anni rischia di non essere inserito in uno dei quintetti ideali della stagione. Una conseguenza che evidenzia ulteriormente l’impatto della norma anche sui veterani più illustri.
Non sono più eleggibili per i premi individuali anche altri nomi di primo piano come Stephen Curry e Giannis Antetokounmpo.
Una regola nata con il consenso dei giocatori
Paradossalmente, questa norma era stata introdotta con l’approvazione degli stessi giocatori nell’ambito del nuovo accordo collettivo entrato in vigore nella stagione 2023-2024. L’obiettivo della lega era chiaro: incentivare la presenza delle star in campo e limitare le assenze strategiche, spesso criticate dai tifosi.
Tuttavia, con il passare del tempo, gli effetti collaterali della regola sono diventati sempre più evidenti.
Il caso emblematico di Wembanyama
Uno degli esempi più discussi riguarda Victor Wembanyama, che nella scorsa stagione non ha potuto competere per il premio di Difensore dell’Anno a causa del numero insufficiente di partite disputate. Il francese si era fermato a 46 presenze dopo un problema fisico, lasciando il riconoscimento a Evan Mobley.
Un episodio che ha acceso il dibattito sull’equità del sistema.
Il malcontento crescente nello spogliatoio
Anche altri giocatori hanno espresso perplessità. Tra questi Donovan Mitchell, che ha sottolineato come gli infortuni siano spesso inevitabili e fuori dal controllo degli atleti, rendendo ingiusto penalizzare chi è costretto a fermarsi.
Il problema, dunque, non riguarda solo il principio della regola, ma la sua applicazione rigida in un contesto dove la componente fisica è determinante.
Possibili modifiche in futuro
Attualmente esiste una sola eccezione: un giocatore può restare eleggibile con almeno 62 partite se un infortunio pone fine alla sua stagione. Tuttavia, questa clausola non si applica a tutti i casi, come dimostra la situazione di Cunningham.
Con diversi protagonisti a rischio esclusione, la norma potrebbe influenzare pesantemente la corsa all’MVP e agli altri premi, aprendo la strada a una possibile revisione già nei prossimi anni.