Weston McKennie ha raccontato il suo rapporto con Luciano Spalletti e la sua esperienza alla Juventus in un’intervista esclusiva disponibile sull’app Dazn, all’interno del format “Remember the Name”. Il centrocampista ha parlato anche del suo passato negli Stati Uniti, delle esperienze in Europa e di cosa significhi essere il primo americano a giocare per la Juventus.
Spalletti e il rapporto con i giocatori
“Spalletti? Vado molto d’accordo con lui. Penso che ogni calciatore abbia bisogni diversi, ci sono aspettative diverse su ognuno di noi. Ogni volta che vedo il mister mi dà un senso di sicurezza”, ha dichiarato McKennie. Il centrocampista ha aggiunto: “Quando ti rimprovera non ti rimprovera mai in maniera cattiva, lo fa sempre per farti migliorare. Ho avuto tante esperienze diverse, alcuni allenatori ti mortificano, mentre Spalletti grazie alla sua personalità ti fa pensare che devi migliorare, attira la tua attenzione ogni volta che ti parla, ha esperienza, è saggio. Si concentra molto sul successo di squadra, dice sempre che si può dribblare quattro avversari, far goal ed essere felici, ma se fai un bell’assist le persone felici sono due. Per questo dico che è il miglior allenatore che ho avuto in carriera, lo dicono i numeri e il modo in cui gestisce la squadra lo rende un ottimo allenatore”.
L’esperienza personale di McKennie
Nel corso dell’intervista, McKennie ha ripercorso la sua carriera, dall’infanzia negli Stati Uniti fino all’approdo in Europa e alla Juventus. “Credo di non aver ancora realizzato cosa significhi essere il primo americano a giocare per la Juventus”, ha affermato. “Me ne renderò conto a fine carriera. Se qualcuno in passato ha pensato non fossi all’altezza? Beh, credo che i fatti parlino da soli e mostrino ciò che ho fatto finora. Ognuno poi ha la propria opinione.”
Il ricordo di Cristiano Ronaldo
McKennie ha parlato anche di Cristiano Ronaldo: “È stato incredibile giocare con lui. Quando l’ho incontrato ho pensato che tutto ciò che senti su di lui, sulla sua professionalità, è tutto vero. Tornavamo alle tre di notte dalle partite e lui andava a farsi un bagno gelato invece di andare a casa. La mattina dopo una partita difficile lui era in palestra ad allenare tutto il corpo. Era qualcosa che avevo bisogno di vedere con i miei occhi per crederci”.