Frank Matano torna al cinema con “Quasi vera”, il film di Fausto Brizzi in uscita il 1° ottobre con Medusa Film. Nell’intervista al Corriere della Sera, il comico e attore parla del rapporto con i social, dei rischi legati alla fama, dell’intelligenza artificiale e dei passaggi più importanti della sua carriera.
In “Quasi vera” tra AI e identità costruite
Nel film Matano interpreta un aspirante attore in crisi che crea con l’intelligenza artificiale una influencer virtuale, Vera, interpretata da Taylor Mega, destinata a diventare un fenomeno mondiale. Nel cast c’è anche Rocío Muñoz Morales.
L’attore scherza sul ruolo: «Interpreto un programmatore sfigato, anche se ormai i programmatori dominano il mondo. Grazie all’AI i nerd adolescenti si vendicheranno dei bulli, prendendo il controllo del mondo con le loro tech companies giganti».
Social, dipendenza e vite da mostrare
Uno dei temi centrali dell’intervista è il rapporto con i social. Matano riconosce che erano nati come strumenti di connessione, ma sottolinea come il sistema dei contenuti brevi abbia cambiato radicalmente l’esperienza degli utenti.
«Il meccanismo dei reel, l’algoritmo che alimenta costantemente contenuti brevi che ti pompano la dopamina e allo stesso tempo ti impediscono di provare noia, ci hanno anestetizzato il cervello».
Ammette inoltre di esserne dipendente: «Ho la scusante che per lavoro anche io produco contenuti e quindi guardo i social per informarmi e tenermi aggiornato. Ma è una palese bugia, sono chiaramente drogato di social come tutti».
Comicità e confini
Matano rivendica una comicità senza argomenti proibiti, ma lega la libertà alla qualità della battuta. «Per me la base è che si deve scherzare su tutto». Poi aggiunge che il confine cambia con il periodo storico e osserva: «Ora con la vittoria delle destre, con Trump, si possono dire cose che per il movimento woke erano indicibili».
Per lui, però, non basta provocare: «Più è greve quello che dici, più deve essere creativo e intelligente quello che dici. Se sei solo scontato e offensivo ti becchi le conseguenze».
Gli anni con Davide Parenti
Nell’intervista al Corriere della Sera Matano ricorda anche i tre anni trascorsi a casa di Davide Parenti, quando a 19 anni si trasferì a Milano per lavorare a “Le Iene”. Gli affitti erano già troppo alti per lui e Parenti lo ospitò.
«Nei tre anni a casa sua ho imparato che è uno chef senza senso ed è un uomo di grande generosità: guardavamo la tv insieme e mi ha insegnato tantissimo».
«Il successo è un veleno»
Sul tema della fama, Matano non usa mezzi termini: «Di sicuro è un veleno, bisogna stare attenti».
Il rischio, spiega, nasce dal bisogno di approvazione e dal desiderio continuo di essere visibili: «Il cortocircuito per chi fa questo mestiere è che da una parte ha bisogno di quell’approvazione da parte degli altri che magari non ha mai avuto prima; allo stesso tempo però la smania di voler apparire è patetica».
Tra cinema, social e televisione, il racconto di Matano restituisce quindi il ritratto di un artista che guarda con ironia ma anche con diffidenza ai meccanismi della notorietà e alla trasformazione digitale del mondo dello spettacolo.