Sono passati tre anni dall’ultima volta che Gerard Deulofeu ha colpito un pallone in una partita ufficiale. Un tempo che sembra infinito per un calciatore, scandito oggi da ore di palestra e riabilitazione, con un’unica speranza sullo sfondo: un “miracolo”. A 31 anni, l’ex esterno cresciuto nel Barcellona è senza squadra dopo la rescissione del contratto con l’Udinese nel gennaio 2025 e combatte quotidianamente con le conseguenze di una grave lesione al legamento crociato anteriore del ginocchio destro, aggravata da una complicazione inattesa.
“Ho perso tutta la mia vita personale”
Il periodo più duro non è stato legato solo all’assenza dai campi. Deulofeu racconta di mesi in cui persino i gesti più semplici erano diventati impossibili. «Ho perso tutta la mia vita personale. È la cosa più dolorosa che una persona possa sentire», confessa in un’intervista alla BBC. «Non potevo camminare con i miei figli, portare fuori i cani o guidare. Ora posso solo sperare in un miracolo per tornare a giocare a calcio, anche se so che con questa limitazione è molto difficile».
L’operazione e la sfortuna
La diagnosi iniziale lasciava spazio all’ottimismo, come spesso accade oggi per chi subisce un infortunio al crociato. Ma il percorso di recupero si è trasformato in un incubo. «Se fosse stata solo un’operazione al legamento crociato anteriore, sarei tornato a giocare da oltre due anni», spiega il calciatore. «È un infortunio dal quale i calciatori ormai recuperano bene. Il vero problema è stata l’infezione. Non ho avuto fortuna».
Allenarsi per credere ancora
Nonostante tutto, Deulofeu non ha smesso di lavorare. Ogni mattina trascorre dalle tre alle quattro ore in palestra, cinque giorni a settimana, seguito da fisioterapisti e preparatori. L’obiettivo immediato è tornare a correre. «Vediamo se riesco a reggere l’impatto», dice con cautela. «Sono contento perché sento la gamba molto forte. Più muscolo sviluppi, meno dolore avverti. Il problema è capire come reagirà il ginocchio, senza cartilagine e senza menisco».
Famiglia, club e riconoscenza
In questo lungo tunnel, alcuni punti fermi hanno fatto la differenza. «Ci sono tre cose fondamentali», sottolinea. «La prima è la famiglia. La casa deve essere piena di pace e amore: vedere crescere i figli, stare con mia moglie, sentire serenità». La seconda è il rapporto con il club friulano e con la famiglia Pozzo, che in passato lo aveva voluto anche al Watford. Pur avendo risolto il contratto, l’Udinese gli ha lasciato a disposizione strutture e supporto per continuare il recupero.
Un’ossessione chiamata recupero
L’ultima ancora è diventata quasi una filosofia di vita. Deulofeu si definisce «un ossessivo del fitness», curioso di tutto ciò che riguarda salute e riabilitazione. Studia, sperimenta, si sottopone a terapie e macchinari innovativi. «Mi interessa molto tutto ciò che riguarda il benessere. Essere positivo mi aiuta a vedere la vita in modo diverso», racconta. «Non posso pensare “perché proprio a me?”. Preferisco affrontare ogni mattina la fatica con la mente libera, altrimenti sei finito».
Un racconto crudo, senza filtri, che va oltre il calcio e restituisce l’immagine di un atleta sospeso tra dolore e speranza, aggrappato all’idea che, da qualche parte, quel miracolo possa ancora arrivare.