Dopo la partecipazione al Festival di Sanremo 2026 con il brano “Stupida sfortuna”, il cantautore Fulminacci torna con il nuovo album “Calcinacci”, pubblicato il 13 marzo. Il disco arriva dopo l’esperienza sul palco dell’Ariston, dove l’artista ha conquistato il Premio della Critica “Mia Martini” e il riconoscimento Assomusica per la migliore esibizione live di un artista rivelazione.
In un’intervista rilasciata a FQ Magazine, il cantautore ha raccontato la nascita del progetto, le riflessioni sul mondo dello spettacolo e alcuni aspetti più personali della sua vita.
Il disco e il cortometraggio
Il nuovo lavoro discografico è composto da una serie di brani che, nel loro insieme, raccontano un percorso di ricostruzione e rinnovamento. Un progetto che si lega anche a un cortometraggio omonimo, presentato in alcune proiezioni speciali nei cinema di Roma, Napoli e Milano.
Parlando del film, l’artista ha spiegato:
“Nel corto sono una persona vittima degli eventi a cui succedono una serie di cose che, – ha raccontato l’artista a FqMagazine – senza rendersene conto, mette mattoncino dopo mattoncino insieme i calcinacci delle altre persone, cioè risolvo dei problemi degli altri”.
Intanto si avvicina anche il nuovo tour: dal 9 aprile partirà da Roma il Palazzacci Tour 2026.
La canzone “Mitomani” e il mondo dello spettacolo
Tra i brani del disco c’è “Mitomani”, una canzone che gioca con riferimenti alla musica italiana e che osserva con ironia alcune dinamiche del mondo dello spettacolo.
“Perché ‘Mitomani’ è una canzone dissacrante, quindi ho preso un verso di una canzone estremamente emotiva e l’ho trasformata… Racconto del grido d’aiuto di questi cuori infranti, di questi mitomani che vivono di storie assurde”.
Nell’intervista, il cantautore descrive con tono autoironico il comportamento di molti artisti:
“Mi sono reso conto, ad esempio, che tutti i cantanti che conosco sono esperti di ristoranti. C’è questa cosa che si va a cena, perché c’è la possibilità, ma anche il tempo di fare delle cose, perché noi abbiamo vite in cui per mesi magari non abbiamo niente da fare e per altri mesi siamo le persone più impegnate della terra”.
E aggiunge ridendo:
“Certo! (ride, ndr)”.
L’ironia sugli artisti “rompi…”
Nel raccontare il mondo dello spettacolo, Fulminacci sottolinea anche la volontà di smontarne alcune mitologie.
“Mi fa molto ridere raccontare questo lato del mondo dello spettacolo per farlo pure un po’ scendere dal piedistallo per dire comunque siamo persone con le nostre debolezze che fanno cose come riempire il nostro tempo”.
Secondo il cantautore, si tratta anche di una sorta di autocritica:
“Volevo fosse un’autodenuncia, in realtà”.
La sindrome di Peter Pan e il desiderio di restare bambino
Tra i temi affrontati nel disco c’è anche una dimensione più personale e quasi infantile. L’artista racconta infatti di sentirsi ancora legato a un modo di vivere leggero e giocoso.
“Secondo me ho un po’ la sindrome di Peter Pan o qualcosa di simile, ma non diagnosticato”.
E aggiunge:
“Mi va di rimanere bambino in modo patologico un po’ la sento questa cosa e alla soglia dei 30 anni comunque lo sento particolarmente cioè mi rendo conto che io voglio giocare il più possibile”.
Timidezza, errori e crescita personale
Nel corso dell’intervista, Fulminacci riflette anche sulla propria timidezza e sul bisogno, in passato, di piacere a tutti.
“Semplicemente perché più volte nella vita mi sono trovato ad essere quello che in inglese si definisce un ‘people pleaser’, quindi con il bisogno di fare bella figura, piacere agli altri, risultare educatissimo”.
Un atteggiamento che nel tempo ha imparato a ridimensionare:
“Ho accettato il fatto che non si deve per forza piacere, perché il fatto di dover piacere a tutti quanti poi fa di te un personaggio inesistente”.
L’esperienza a Sanremo
Ripensando alla sua partecipazione al Festival di Sanremo, il cantautore racconta di aver affrontato la gara con un approccio quasi giocoso.
“Ho fatto tutto il Festival di Sanremo sbandierando il fatto che avrei vinto cioè onestamente mi divertiva l’idea di vincere”.
Alla fine il risultato è stato comunque positivo:
“Sento di aver vinto per come l’ho affrontata proprio per come ho vissuto anche per questo fatto di dire che ‘vincerò io’ ho tolto completamente la scaramanzia”.
Le difficoltà e il bisogno di chiedere aiuto
Nel brano “Nulla di stupefacente”, legato anche al film “Strike – Figli di un’era sbagliata”, Fulminacci affronta il tema delle richieste di aiuto.
“Più volte mi è successo di non chiedere aiuto o di vedere un mio amico che aveva bisogno di aiuto e non lo chiedeva”.
Oggi, racconta, ha imparato ad affrontare le difficoltà in modo diverso:
“Pago dei professionisti per farmi aiutare. Vivo meglio la vita sicuramente con meno paura”.
Un disco nato dalle macerie
Infine il cantautore parla della dimensione più personale del disco, legata anche a una rottura sentimentale importante.
“Sì c’è stata una rottura importante della mia vita dopo sette anni e quindi mi sono ritrovato da solo a ricostruirmi, questo disco è pure il frutto di questo percorso”.
Da quell’esperienza è nata anche una nuova consapevolezza:
“Ho capito che stare scomodo è la chiave per avere soddisfazioni nuove”.
Un cambiamento che ha portato l’artista a sperimentare di più, collaborare con altre persone e uscire dalla propria zona di comfort, dando vita a un progetto che ora non vede l’ora di portare sul palco dal vivo.