Ubaldo Pantani si racconta: “Non sono un imitatore, sono un comico che fa imitazioni”

Il comico Ubaldo Pantani commenta le reazioni alle sue imitazioni di Pier Silvio Berlusconi e Tonio Cartonio, sottolineando l'importanza dell'autoironia nel mondo dello spettacolo.

È un viaggio lungo trent’anni quello che Ubaldo Pantani affida al Corriere della Sera in una lunga intervista firmata da Renato Franco. Un percorso fatto di provini surreali, personaggi diventati cult, intuizioni geniali e cadute improvvise, sempre con un filo conduttore: l’idea che la risata sia una cosa seria, da costruire con metodo, istinto e una buona dose di follia.

Pantani ricorda l’inizio quasi casuale della sua carriera, quando Gianni Boncompagni lo mise alla prova in un provino che oggi sembra già uno sketch: «Mi chiese di parlargli del cabaret norvegese. E io dissi che noi a Oslo stavamo facendo un lavoro importante e diverso». Mezz’ora di improvvisazione, sotto lo sguardo scettico dei dirigenti Rai, che però gli aprì le porte di un mestiere mai davvero pianificato. Da allora, una galleria di maschere costruite su iperboli, e una definizione che rivendica con forza: «Io non sono un imitatore, mi definisco un comico che fa imitazioni».

Tra i passaggi più discussi, la reazione di Pier Silvio Berlusconi alla sua caricatura. Pantani racconta con la sua solita ironia: «Pensavo fosse una battuta e ho riso. Quando ho scoperto che invece era serio e lo pensava veramente, ho continuato a ridere». Un episodio che, a suo dire, non ha mai davvero incrinato i rapporti con i “bersagli” delle sue imitazioni.

Più delicato, invece, il caso Tonio Cartonio, che in passato si era risentito. Pantani oggi guarda a quella stagione con uno sguardo diverso: «L’ho incontrato quest’estate, l’ho abbracciato e gli ho chiesto scusa. All’epoca la comicità non era stritolata dalla woke culture e quindi potevamo dire di tutto». Un passaggio che apre la riflessione sul cambiamento dei tempi e sui confini, oggi più stretti, della satira.

L’intervista è anche un laboratorio a cielo aperto sul mestiere dell’imitazione. Pantani spiega che «voce, somiglianza, testo: almeno una di queste tre chiavi deve essere forte», e racconta come alcuni dei suoi personaggi siano diventati nel tempo quasi figure autonome, come il suo Lapo, ormai trasformato in una creatura comica che vive di vita propria.

Non mancano i ritratti dei “miti” imitati: Buffon, “immaginato simile all’Orso Yoghi”, Giletti, nato quando “si è alzato in piedi come l’airone che dispiega le ali”, e Mario Giordano, per cui ammette senza giri di parole: «Ha una voce che fa ridere di suo».

Tra i ricordi più teneri spiccano i complimenti di Corrado Augias, che Pantani conserva come una piccola medaglia personale, e le confessioni sulla sua vera vocazione, mai del tutto chiarita: «È ancora oggi un mistero». Da bambino sognava il calcio, collezionava figurine, giocava a Subbuteo e in camera sua improvvisava spettacoli con il casco per la messa in piega della madre trasformato in microfono, in una sorta di performance domestica “alla Magritte”.

La svolta arrivò con i concorsi di cabaret e l’ingresso nella galassia Boncompagni, poi l’approdo alla Gialappa’s Band e dodici anni di “Quelli che il calcio”, vissuti come una lunga parentesi fuori dal tempo: un periodo che, alla chiusura, gli fece sentire “mancare la terra sotto i piedi”.

Ora Pantani riparte dal teatro con il nuovo tour “Inimitabile”, in scena da fine gennaio. La sua promessa, raccontata al Corriere della Sera, è semplice e allo stesso tempo impegnativa: «La premessa dello spettacolo è micidiale e terribile: gli spettatori si devono aspettare di ridere. È una condizione che mi mette l’ansia, ma il mestiere del comico è questo: far ridere». Una dichiarazione che suona come una missione, ma anche come un patto con il pubblico che lo segue da una vita.

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