Sayf: “Non sono a Sanremo 2026 per fare la popstar. È brutto sentirsi non accettati in un Paese in cui vivi da anni”

Il rapper italo-tunisino Sayf partecipa al Festival di Sanremo 2026 con il brano "Tu mi piaci tanto", un mix di ritornelli orecchiabili e riflessioni sociali.

In un’intervista rilasciata a FQ Magazine Sayf si racconta alla vigilia del Festival di Sanremo 2026, tra musica, politica, identità e sistema culturale. Il cantautore genovese, tra i nomi più osservati di questa edizione, affronta il palco dell’Ariston con consapevolezza e distacco, senza rinunciare a uno sguardo critico sul presente.

Un outsider a Sanremo 2026

Fa pause lunghe, sorride con discrezione, rifugge ogni posa da divo. Sayf, all’anagrafe Adam Viacava, arriva a Sanremo con Tu mi piaci tanto e l’etichetta di possibile outsider. Un ruolo che non lo intimorisce: “questa è una canzone come un’altra”, dice, minimizzando l’attenzione che lo circonda. La sua presenza all’Ariston non nasce da un’ansia di consacrazione, ma da una scelta quasi inevitabile:
“Chi me l’ha fatto fare? Eh perché stiamo in questo mondo, in questo sistema qua. Sennò uno si fa le le canzoni per i fatti suoi. È un po’ andare incontro al sistema, no? La musica si vende, quindi vendiamola!”.

Il Festival come tirocinio

Sanremo, per Sayf, non è un punto d’arrivo ma una tappa di formazione. Lo racconta senza enfasi, definendolo “come se fosse un tirocinio”. La pressione c’è, ma resta sotto controllo:
“Non sono qua per cercare di fare la popstar, faccio quello che farei a prescindere. Poi se arriva il riscontro, il successo ok ma vorrei gestirla in maniera tranquilla”.
Anche la costruzione del brano risponde a questa idea di equilibrio, con una maggiore attenzione alla struttura e ai ritornelli, senza rinunciare al contenuto.

La serata dei duetti e il destino

Nella serata delle cover, Sayf salirà sul palco con Alex Britti e Mario Biondi per Hit The Road Jack di Ray Charles. Una scelta nata quasi per gioco, diventata naturale:
“È nata abbastanza per caso questa collaborazione… poi le cose, per come la vedo io, vanno sempre come devono andare quindi destino ha voluto che andasse così”.

Radici, pubblico e memoria familiare

Sanremo è un rito che attraversa i confini italiani. Sayf lo racconta ricordando la madre e la Tunisia:
“La generazione di mia madre che del ’64 ha sempre potuto vedere Rai 1 non si è persa una edizione”.
L’emozione più grande resta la chiamata a casa dopo l’annuncio ufficiale, anche se con un pizzico di amarezza: “peccato perché tra cugini, amici, parenti, non possono votare dalla Tunisia!”.

Pace, sogni e disincanto

Nel suo brano c’è anche un riferimento alla pace, intesa non come slogan ma come tensione ideale:
“Sono un sognatore, quindi spero in un mondo tranquillo e unito. Siamo tutti uguali, ma spesso lo dimentichiamo”.
Sayf non si definisce un rivoluzionario, ma rivendica il diritto di dire qualcosa, anche attraverso una “canzonetta”, lasciando poi libertà di interpretazione a chi ascolta.

Berlusconi e la Prima Repubblica

Uno dei passaggi più discussi riguarda la citazione di Silvio Berlusconi. Sayf chiarisce il senso del riferimento senza ambiguità:
“Mi affascinano tutte le vicende che riguardano la Prima Repubblica, ma proprio per un fine: capire cosa è successo, per capire poi quello che succede adesso e quello che accadrà”.
Per lui la storia è una chiave di lettura del presente, un ciclo che ritorna e che va studiato per essere compreso.

Genova, Milano e il sistema musicale

Cresciuto artisticamente a Genova, passato da Milano e poi tornato indietro, Sayf legge il successo della scena ligure senza mitizzarla:
“Mi sembra di notare che comunque la musica che facciamo è sì genovese, ma è molto anche nazionale”.
Sul sistema musicale, lo sguardo resta lucido e disincantato, attento ai rischi dell’esposizione eccessiva e della perdita di contatto con la realtà.

Ius soli e burocrazia

Figlio di madre tunisina e padre italiano, Sayf affronta anche il tema dello ius soli partendo dall’esperienza concreta delle persone che gli stanno vicino. Non parla di teoria, ma di file, permessi e umiliazioni quotidiane:
“È brutto andare in Questura quando ormai vivi, lavori in Italia da anni e hai il percepito di non essere accettato come italiano in questo Paese”.
La sua posizione è netta nella semplicità: “spero che si possa un attimo, snellire il sistema”.

Tra palco, memoria storica e identità personale, Sayf arriva a Sanremo senza maschere. Non per diventare una popstar, ma per attraversare il Festival restando fedele a sé stesso.

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