Il 17 agosto Mogol compirà 90 anni e, in occasione del traguardo, si è raccontato in un’intervista al Corriere della Sera, firmata da Renato Franco. Un dialogo che ripercorre una vita straordinaria, tra musica, avventure, fede e soprattutto il legame, indimenticabile, con Lucio Battisti.
Una carriera da record
Mogol, pseudonimo diventato ormai il suo stesso cognome, ha firmato 1776 canzoni e contribuito alla vendita di 523 milioni di dischi. Un percorso professionale unico, al quale si aggiunge una vita vissuta all’insegna della curiosità e dell’avventura.
Alla domanda sul momento più bello della sua carriera, Mogol non ne indica uno soltanto: «Ho avuto momenti continuamente belli. Mi sento persino protetto per tutta la fortuna che ho avuto. Non solo come autore di canzoni, ma come uomo: ho vissuto tante avventure, a volte mi sono salvato per un capello».
«Sono sempre stato avventuroso»
Il suo racconto va ben oltre la musica. Mogol si definisce «Uno che ha voglia di avventure» e ricorda di aver fatto il giro del mondo da solo, di aver trascorso molte ore sott’acqua come ricercatore subacqueo e di essersi dedicato anche ai cavalli.
Durante il suo viaggio intorno al mondo arrivò a trascorrere appena quattro ore a Tokyo prima di ripartire per la Nuova Zelanda. Una velocità che, racconta, caratterizzava anche il suo modo di scrivere: un’ora era il suo tempo medio per comporre una canzone.
L’incontro con Battisti
Il rapporto con Lucio Battisti non iniziò nel migliore dei modi. Al primo incontro, Mogol ascoltò una canzone del futuro compagno di viaggio artistico e gli disse: «Non è un granché». Battisti rispose: «Sono d’accordo» e gli fece un grande sorriso.
Da quel momento sarebbe nata una delle collaborazioni più importanti della musica italiana.
Nel 1970 arrivò anche una delle loro avventure più singolari: il viaggio da Milano a Roma a cavallo. Mogol racconta di aver convinto Battisti a seguirlo per percorrere circa 600 chilometri. I due arrivarono nella capitale dopo 23 giorni.
La rottura e il rimpianto
Il sodalizio artistico si interruppe nel 1980, quando Mogol rivendicò una ripartizione equa dei ricavi dal punto di vista editoriale.
A distanza di anni, però, il ricordo della rottura è accompagnato da un rimpianto. Nell’intervista al Corriere della Sera, Mogol ammette: «Quando Lucio è morto: ho pensato che forse, indipendentemente dall’equità, avrei potuto accettare che le cose rimanessero così».
È uno dei passaggi più personali del racconto di Mogol, che torna così sul rapporto con Battisti e su una decisione che oggi, con il senno di poi, avrebbe forse affrontato diversamente.
La canzone del cuore
Tra le migliaia di canzoni scritte, Mogol ne indica una alla quale è particolarmente legato: Dormi amore, cantata da Adriano Celentano e musicata da Gianni Bella.
Il motivo è profondamente personale. Mogol spiega: «Sono 33 anni più vecchio di mia moglie e ovviamente morirò molto tempo prima di lei: parlo di questo, di lei sola e io che comunque tornerò a vegliare su di lei».
E sulla differenza d’età aggiunge: «No, è un pensiero che scrissi in un momento di riflessione, ma so che è toccante per tante persone».
Il brano dalle royalties più alte
Quando gli viene chiesto quale sia invece la canzone che gli ha garantito le royalties più alte, Mogol non indica una cifra precisa, ma individua L’emozione non ha voce, interpretata ancora da Celentano con musica di Gianni Bella.
La definisce «la più suonata e cantata».
La fede come punto fermo
Nel bilancio dei suoi 90 anni c’è anche una forte dimensione spirituale. Alla domanda sulla sua filosofia di vita, Mogol risponde: «Credo che ognuno di noi debba stimarsi. Bisogna vivere in modo da essere lieti e contenti di come si agisce».
E quando gli viene chiesto a chi debba dire grazie, sceglie una risposta legata alla fede: «Grazie, Signore, di avermi riservato una vita dove sei spesso intervenuto ad aiutarmi».
Mogol racconta inoltre di andare a messa tutte le domeniche.
Il giudizio sulla musica di oggi
Sul panorama musicale contemporaneo, Mogol parte da una premessa: non ascolta abitualmente musica, né in macchina né a casa. Sul rap, però, esprime un’opinione precisa: «Onestamente non ascolto mai musica perché non ho la radio in macchina e nemmeno a casa. Posso solo dire che nel rap la melodia non c’è più: e se viene a mancare la melodia, c’è qualcosa di importante in meno».
Anche su Sanremo il suo giudizio riguarda il processo di selezione delle canzoni. Mogol ritiene che, vista l’importanza del Festival, dovrebbe esserci una commissione altamente competente. Alla domanda se oggi sia ancora così, risponde: «Non lo so. Però una persona sola non può valutare tutte le canzoni per Sanremo».
Il ricordo di Guccini
Nell’intervista al Corriere della Sera Mogol parla anche di Francesco Guccini e del suo ruolo nella cultura popolare: «Ha contributo a tenere alta la cultura popolare e popolare non significa inferiore, lo diceva anche Proust. La cultura è tale quando arriva a tutti, e lui arrivava a tutti».
Un futuro nelle mani del Padre Eterno
Mogol affronta anche il tema delle emozioni e del rapporto tra uomini e donne. La sua convinzione è che gli uomini non siano meno capaci di vivere e mostrare ciò che provano: «Io penso che gli uomini siano tutti così».
Per il futuro, invece, preferisce affidarsi alla fede e all’ironia. Alla domanda su dove sarà tra altri 90 anni, risponde: «Non so darle una risposta giusta, perché credo che prima tutti dovremo parlare con il Padre Eterno, poi le farò sapere».
A 90 anni, Mogol si racconta così: attraverso i grandi successi, le avventure, la fede e soprattutto i ricordi. E tra questi resta centrale quello di Lucio Battisti, insieme alla consapevolezza che alcune fratture, col passare del tempo, possono trasformarsi in rimpianti.