In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Isabella Ferrari si racconta senza reticenze, ripercorrendo carriera, scelte e fragilità. L’attrice si prepara a rappresentare l’Italia al Festival di Cannes con un nuovo progetto internazionale, ma lo sguardo resta lucido anche sulle contraddizioni del cinema italiano e sul peso, spesso ambiguo, della bellezza.
A Cannes con “Roma Elastica”
Ferrari sarà presente sulla Croisette con Roma Elastica, coproduzione italo-francese diretta da Bertrand Mandico. Un progetto nato anche grazie a un gesto inaspettato del regista: «Roma Elastica, una coproduzione italo-francese. Il regista Bertrand Mandico mi ha scritto una lettera di ammirazione, ha detto di avermi scelta in quanto icona del cinema italiano. La protagonista è Marion Cotillard, nel ruolo di un’attrice impegnata sul set del suo ultimo film. La storia è ambientata negli Anni 80 ed è un tributo ai nostri maestri del cinema, a cominciare da Fellini».
L’assenza dell’Italia e il nodo del cinema
L’attrice non nasconde una certa amarezza per la scarsa presenza italiana nelle principali sezioni del festival: «A Cannes non c’è l’Italia, ed è una notizia che non ha bisogno di tante parole, si commenta da sola, è imbarazzante. Mi dice che al festival ci sono 50 paesi rappresentati, tra cui per la prima volta, il Costa Rica.Cosa posso aggiungere?».
Una riflessione che si allarga anche al sistema produttivo e alla necessità di sostenere opere più coraggiose: «Ben vengano i film che incassano, ma credo che il denaro pubblico debba andare prima di tutto a chi sperimenta, a quelli che faticano a trovare pubblico. Un paese che non investe nella propria identità cinematografica è un paese che rinuncia a raccontarsi la mondo».
Tra nuovi progetti e sogni sfiorati
Ferrari racconta anche un momento professionale intenso, tra produzioni diverse e nuove esperienze internazionali: «Sono onorata che una donna della mia età sia legata a un brand sulla bellezza, e ho sfilato con cinquanta star internazionali, da Jane Fonda a Andie MacDowell e Gillian Anderson. Dentro di me cerco sempre la pepita d’oro, un regista con uno sguardo originale. La curiosità non mi abbandona».
Non manca uno sguardo al passato e alle occasioni mancate: «Una volta Marthe Keller, mentre giravamo in Francia, mi disse di fare il provino per L’avvocato del diavolo, con Al Pacino. Il mio inglese di allora mi fregò. Il sogno si ruppe quel giorno».
Il ricordo di Cannes e l’aneddoto con Verdone
Tra i ricordi più vividi legati al festival, anche quelli condivisi con colleghi italiani: «Parthenope e prima per La grande bellezza. Eravamo un bel gruppone simpatico. Ricordo Carlo Verdone, con cui parlavo sempre e solo di medicinali. Avevo il copione in mano, gli chiesi della pillola che mi aveva consigliato tempo prima per domare l’ansia di un lungo volo aereo. Carlo non mi fece quasi finire la frase, disse: Serpax da 15 milligrammi. Fu l’unica parola che mi appuntai sul copione della Grande bellezza».
Il rapporto con la bellezza
Uno dei temi centrali dell’intervista è il rapporto con l’immagine, vissuto in modo complesso: «Mi ha dato tanto e in parte m’ha tolto tanto, è stata un elemento di forza per la mia carriera, ma ho dovuto convivere con i pregiudizi, di uomini e donne, perché di una bella ci si fida poco».
Un ruolo intenso con Pupi Avati
Tra i lavori recenti, anche un film che segna un passaggio importante: «Classico, un cinema di sentimenti. Tutti gli attori italiani hanno lavorato con Pupi, mancavo io. Recito completamente struccata il ruolo di una ex di tutto: ex bella, ex alcolizzata, ex moglie (di Massimo Ghini). Una donna che ha perso tutto, umiliata, non più amata. Come puoi non fare un ruolo del genere?».
Rimpianti e radici
L’attrice non nega qualche delusione lungo il percorso: «Impossibile non averne. Ai David di Donatello sono stata candidata due volte, per Un giorno perfetto di Ozpetek con cui avevo vinto a Venezia il premio della critica non fui nemmeno candidata. Quella volta sì, ci sono rimasta male. Ma piedi per terra e via».
Un equilibrio che affonda le radici nella sua infanzia: «Sono legati al mondo contadino da cui provengo. La nostalgia per la vita di campagna, vicino a Piacenza, è presente in me. Sono cresciuta in un borgo di tre case dove l’unico svago era la parrocchia».
Tra serenità e inquietudine per il futuro
Infine, uno sguardo al presente e al mondo che la circonda: «Sono incredibilmente serena, ma devastata e impaurita per il futuro da tutto quello che succede nel mondo».
Un racconto sincero, che restituisce il ritratto di un’attrice capace di muoversi tra successo, consapevolezza e fragilità, senza mai perdere il contatto con la propria identità.