Gabriel Garko, ospite del programma ‘Ciao Maschio’ condotto da Nunzia De Girolamo, ha condiviso aspetti intimi della sua vita e carriera. L’attore ha riflettuto sul percorso professionale intrapreso fin da giovane, evidenziando come l’immagine pubblica costruita attorno a lui abbia influenzato la sua esistenza.
Gli inizi giovanissimi e la costruzione di un percorso
Garko ha ricordato di aver iniziato a lavorare molto presto nel mondo dello spettacolo, quando era ancora adolescente. Il passaggio a Roma, appena maggiorenne, ha segnato una fase decisiva della sua crescita professionale, vissuta però con grande dipendenza dalle figure che lo guidavano.
“Ho iniziato a fare questo lavoro quando avevo 16 anni. Ho iniziato poi venendo a Roma a 18. Plasmare un ragazzo di quell’età è molto facile”.
In quegli anni, racconta, non aveva ancora gli strumenti per distinguere autonomamente le scelte artistiche e personali, affidandosi completamente a chi lo seguiva professionalmente.
“Avevo delle persone di riferimento con cui lavoravo, con cui ho iniziato, che mi dicevano determinate cose. O ci credevo, oppure non avevo, come oggi, un’esperienza tale da poter dire sì o no”.
La sensazione di una “gabbia” e il peso dell’inganno
Ripensando a quel periodo, l’attore ha descritto una condizione che oggi interpreta come una forma di controllo progressivo sulla sua immagine e sulla sua vita.
“Oggi posso rendermi conto che forse ho vissuto in una gabbia. Mentre ci vivi non te ne rendi conto”.
Una sensazione maturata nel tempo, quando ha iniziato a rileggere il proprio percorso con maggiore consapevolezza. In quel sistema, afferma, tutto gli appariva come verità assoluta, senza possibilità di scelta reale.
“Ho sempre creduto a tutto quello che mi veniva detto. All’epoca in cui ho iniziato io forse era giusto così. Ma non fino al punto in cui l’ho vissuta io, perché comunque sia era tutto un inganno”.
Omosessualità, pressione e vita privata non spettacolarizzata
Uno dei passaggi più delicati del suo racconto riguarda il modo in cui la sua identità personale è stata vissuta nel contesto pubblico. L’attore parla di una condizione che, a suo dire, è stata utilizzata anche come forma di controllo nei suoi confronti.
“È vero che poteva essere un problema, ma diventava un laccio con cui tenermi a bada. Quindi se io mi muovevo un po’ troppo, ritiravano il laccio”.
Garko ha poi chiarito il rapporto con la propria vita sentimentale e la scelta di non renderla parte dello spettacolo mediatico, distinguendo nettamente tra lavoro e sfera privata.
“Non è che l’ho tenuto segreto, perché comunque le persone che erano vicino a me lo sapevano tutti. Però non ho spettacolarizzato”.
E ancora:
“Faccio questo lavoro, che è lo spettacolo. È il mio lavoro. La mia vita non vorrei spettacolarizzarla”.
L’attore ha anche sottolineato come molte delle relazioni raccontate pubblicamente facessero parte della costruzione scenica legata alla sua carriera.
“La gente dice: ‘Però hai fatto sempre storie finte’. Quello era lavoro. Era parte del lavoro. Parte di tutta la finzione che c’era dietro. All’epoca, tutte le mie storie vere le ho mantenute segrete. Non ho mai amato spettacolarizzare la vita”.
Il rapporto con il padre e la ferita del Covid
Ampio spazio è stato dedicato anche al legame con il padre, scomparso durante il periodo della pandemia. Un rapporto definito complesso ma caratterizzato da rispetto reciproco e grande profondità emotiva.
“Durante il Covid purtroppo non è stata una bellissima esperienza. Tante persone l’hanno vissuta come me, perché non hai più modo di vedere la persona. Vai in ospedale, è finito, e poi dopo lo rivedi da morto”.
L’attore ha ammesso di avere ancora oggi parole non dette e ricordi rimasti sospesi.
“Mio padre era una persona molto aperta di testa. Quando ha saputo che ero omosessuale mi ha detto: ‘Potevamo immaginarlo che tra te e quella persona non c’era una semplice amicizia’”.
Tra i ricordi più forti, anche una frase che continua a portare con sé.
“Mi disse: ‘L’importante è che tu abbia la salute’”.
Un legame fatto anche di distanza emotiva e riconciliazioni tardive, come lui stesso ha spiegato.
“Avevo 17 anni, quindi ero piccolo. Sono ricordi belli, ma comunque tosti”.
Un percorso di consapevolezza e libertà
Nel suo racconto emerge il ritratto di un percorso personale segnato da costruzioni esterne, pressioni, ma anche da una progressiva ricerca di autenticità. Oggi Garko rilegge la propria storia con uno sguardo più lucido, distinguendo ciò che apparteneva alla scena pubblica da ciò che, invece, è sempre rimasto nella sfera privata.
