Freddie Mercury avrebbe compiuto oggi, 5 settembre 2026, 80 anni. Nato Farrokh Bulsara il 5 settembre 1946, il cantante dei Queen è diventato uno dei frontman più riconoscibili, carismatici e influenti della storia del rock. A quasi 35 anni dalla sua morte, avvenuta il 24 novembre 1991 quando aveva appena 45 anni, la sua voce e le canzoni realizzate con la band continuano ad attraversare generazioni.
Il suo percorso parte molto lontano dai grandi stadi nei quali avrebbe dominato il pubblico: dall’isola di Zanzibar, passando per l’India e infine per Londra, dove sarebbe cominciata l’avventura destinata a trasformarlo in un’icona mondiale.
Da Zanzibar all’Inghilterra
Freddie nacque a Zanzibar da Bomi e Jer Bulsara, genitori parsi di origine indiana. Trascorse buona parte dell’infanzia in India e frequentò la St Peter’s School di Panchgani, nei pressi di Bombay, l’attuale Mumbai.
Proprio durante gli anni scolastici iniziò a emergere la sua predisposizione per la musica. Studiò pianoforte, partecipò alle rappresentazioni della scuola e fondò con alcuni compagni il suo primo gruppo, The Hectics.
Nel 1964, durante la rivoluzione di Zanzibar, la famiglia Bulsara si trasferì in Inghilterra stabilendosi a Feltham, nella zona occidentale di Londra.
Gli studi artistici e i primi gruppi
Freddie frequentò successivamente l’Ealing Art College, dove studiò arte grafica e design, conseguendo il diploma nel 1969. Quella formazione sarebbe tornata utile anche nella futura carriera musicale: fu infatti lui a progettare l’elaborato stemma dei Queen, nel quale inserì riferimenti ai segni zodiacali dei quattro componenti della band.
Nella seconda metà degli anni Sessanta suonò inoltre con diversi gruppi, tra cui gli Ibex e i Sour Milk Sea, mentre osservava da vicino l’evoluzione della scena rock londinese.
La nascita dei Queen
Brian May e Roger Taylor suonavano già insieme negli Smile. Freddie seguiva spesso il gruppo e aveva idee molto precise non soltanto sulla musica, ma anche sull’immagine e sulla presenza scenica che avrebbe dovuto avere una rock band.
Quando nel 1970 il cantante e bassista Tim Staffell lasciò gli Smile, Freddie entrò nel gruppo insieme a May e Taylor. Fu proprio lui a proporre il nome Queen, una scelta teatrale, immediata e volutamente regale.
Nel 1971 John Deacon completò quella che sarebbe diventata la formazione classica: Mercury alla voce, May alla chitarra, Taylor alla batteria e Deacon al basso. Quattro musicisti dalle personalità diverse e tutti capaci di contribuire alla scrittura delle canzoni.
Da Killer Queen alla consacrazione
Il primo album, Queen, uscì nel 1973. La svolta internazionale arrivò però con il terzo disco, Sheer Heart Attack, pubblicato nel 1974.
Uno dei brani decisivi fu Killer Queen, scritto da Mercury. Nella canzone erano già riconoscibili molti degli elementi che avrebbero caratterizzato il suo stile: teatralità, ironia, raffinatezza melodica e una scrittura distante dagli schemi più convenzionali del rock dell’epoca.
Da quel momento la crescita della band sarebbe diventata rapidissima.
Bohemian Rhapsody cambia le regole
Nel 1975 arrivò A Night at the Opera e con esso Bohemian Rhapsody. Scritta da Freddie Mercury, la canzone mescolava ballata al pianoforte, hard rock, armonie vocali sovrapposte e passaggi operistici.
Durava quasi sei minuti e non aveva un ritornello tradizionale, caratteristiche tutt’altro che ideali secondo le regole radiofoniche dell’epoca. Eppure raggiunse il primo posto nel Regno Unito e divenne uno dei brani più celebri della storia della musica.
Anche il filmato realizzato per accompagnare la canzone contribuì ad anticipare il linguaggio dei videoclip musicali che sarebbe esploso negli anni successivi.
Somebody to Love e le armonie dei Queen
Mercury continuò a sperimentare con Somebody to Love, brano fortemente influenzato dal gospel. L’effetto di un enorme coro venne ottenuto sovrapponendo ripetutamente le voci dello stesso Freddie, di Brian May e di Roger Taylor.
Era la dimostrazione di quanto il lavoro in studio fosse diventato parte integrante dell’identità dei Queen, capaci di costruire arrangiamenti sempre più complessi senza rinunciare all’impatto delle melodie.
We Will Rock You e We Are the Champions
La crescita dei Queen procedeva parallelamente alle dimensioni dei luoghi nei quali si esibivano. Il rapporto con il pubblico divenne uno degli elementi fondamentali dei loro concerti e Mercury sviluppò una capacità quasi unica di coinvolgere interi stadi.
Brian May scrisse We Will Rock You costruendola attorno a piedi battuti a terra, battiti di mani e un assolo di chitarra. Nell’album News of the World era seguita da We Are the Champions, composta da Mercury.
I due brani finirono per diventare inseparabili e ancora oggi accompagnano concerti ed eventi sportivi in tutto il mondo.
Da Don’t Stop Me Now a Crazy Little Thing Called Love
La scrittura di Freddie poteva passare dalla monumentalità all’ironia e alla leggerezza. Don’t Stop Me Now, uscita nel 1979, sarebbe cresciuta ulteriormente in popolarità con il passare degli anni fino a diventare una delle canzoni più amate dei Queen.
Con Crazy Little Thing Called Love Mercury guardò invece al rock’n’roll e a Elvis Presley. La canzone, composta in tempi molto rapidi, regalò ai Queen il loro primo singolo al numero uno negli Stati Uniti.
I Queen negli anni Ottanta
Con The Game, all’inizio degli anni Ottanta, il gruppo ampliò ulteriormente il proprio suono. Another One Bites the Dust, scritta da John Deacon e costruita attorno a un’inconfondibile linea di basso, portò elementi funk e disco all’interno dell’universo dei Queen e ottenne un enorme successo.
Nel 1981 l’incontro in studio con David Bowie diede invece vita a Under Pressure. La collaborazione unì due delle voci più riconoscibili del rock intorno a una linea di basso destinata a diventare celebre.
Radio Ga Ga e I Want to Break Free
Nel 1984 i Queen tornarono ai vertici internazionali con The Works. Radio Ga Ga, scritta da Roger Taylor, acquistò una dimensione particolare soprattutto dal vivo: il doppio battito di mani mostrato nel video veniva riprodotto contemporaneamente da interi stadi.
I Want to Break Free, composta da John Deacon, fu invece accompagnata da uno dei videoclip più ricordati del gruppo. I quattro Queen apparivano travestiti da personaggi ispirati alla soap britannica Coronation Street e Mercury, con parrucca, gonna di pelle e aspirapolvere, occupava inevitabilmente il centro della scena.
Live Aid, venti minuti entrati nella storia
Il 13 luglio 1985 i Queen salirono sul palco del Wembley Stadium per Live Aid. Avevano a disposizione circa venti minuti.
Mercury iniziò al pianoforte con Bohemian Rhapsody, attraversò il palco durante Radio Ga Ga e coinvolse oltre 70mila spettatori nel celebre scambio vocale tra cantante e pubblico.
Quella breve esibizione è rimasta uno dei momenti più celebrati della storia del rock dal vivo e una delle immagini definitive di Mercury come frontman.
La carriera senza i Queen
Pur considerando i Queen la propria casa musicale, Freddie sentiva anche il bisogno di sperimentare autonomamente.
Nel 1985 pubblicò il primo vero album solista, Mr. Bad Guy. Tra i brani figuravano Let’s Turn It On, I Was Born to Love You e Living on My Own.
I Queen avrebbero successivamente rielaborato I Was Born to Love You per Made in Heaven, pubblicato nel 1995. Living on My Own conobbe invece una nuova fortuna dopo la morte del cantante: un remix raggiunse il numero uno nel Regno Unito nel 1993, diventando il primo singolo solista di Mercury a conquistare quella posizione.
The Great Pretender e il gioco con la propria immagine
Nel 1987 Mercury reinterpretò The Great Pretender, brano originariamente portato al successo dai Platters.
Il titolo si adattava perfettamente a un artista che aveva sempre giocato con personaggi, identità e teatralità. Nel videoclip furono ripresi diversi elementi delle sue precedenti apparizioni, affiancandoli a un’immagine più personale del cantante lontano dalle maschere costruite per il palcoscenico.
L’incontro con Montserrat Caballé
Uno dei progetti più ambiziosi della carriera solista di Mercury nacque dall’incontro con il soprano spagnolo Montserrat Caballé, di cui Freddie era un grande ammiratore.
La collaborazione mise insieme rock e opera e portò all’album Barcelona. La canzone che gli dava il titolo divenne strettamente legata alla città catalana e venne successivamente utilizzata in occasione dei Giochi Olimpici di Barcellona del 1992.
Gli ultimi album con i Queen
Nel 1989 uscì The Miracle. Mercury era già gravemente malato, ma mantenne riservate le proprie condizioni e continuò a lavorare.
Tra i brani più importanti del disco ci fu I Want It All. La canzone non venne mai eseguita dal vivo dai Queen con Freddie, nonostante possedesse tutte le caratteristiche di un grande inno da stadio.
L’ultimo album pubblicato mentre Mercury era ancora in vita fu Innuendo, nel 1991.
The Show Must Go On
Durante la lavorazione di Innuendo le condizioni di salute del cantante erano ormai seriamente compromesse.
The Show Must Go On, scritta principalmente da Brian May, venne registrata mentre esistevano dubbi sulla possibilità fisica di Freddie di affrontare una parte vocale tanto impegnativa. Mercury riuscì comunque a realizzare una delle interpretazioni più intense della sua carriera.
Il titolo, “Lo spettacolo deve continuare”, sarebbe diventato inevitabilmente legato agli ultimi mesi della sua vita.
L’ultima apparizione davanti a una telecamera
These Are the Days of Our Lives contiene invece le ultime immagini di Freddie Mercury girate davanti a una telecamera.
Il video fu realizzato in bianco e nero. Nel finale il cantante guardava direttamente nell’obiettivo pronunciando poche parole diventate parte della sua eredità: “I still love you”, “Vi amo ancora”.
La morte di Freddie Mercury
Freddie Mercury morì nella sua casa di Londra il 24 novembre 1991, a 45 anni.
Soltanto il giorno precedente aveva diffuso pubblicamente una dichiarazione con la quale confermava di avere l’Aids, dopo aver mantenuto a lungo riservate le proprie condizioni di salute.
La scomparsa chiuse una carriera straordinariamente intensa, ma non interruppe la diffusione della sua musica.
Il concerto tributo di Wembley
Nell’aprile 1992 Brian May, Roger Taylor e John Deacon organizzarono al Wembley Stadium il Freddie Mercury Tribute Concert.
Sul palco, insieme ai membri dei Queen, arrivarono alcuni dei più importanti nomi della musica, tra cui David Bowie, Elton John, George Michael, Robert Plant, Annie Lennox e i Metallica.
L’evento celebrò la vita di Mercury e contribuì contemporaneamente ad aumentare la consapevolezza sull’Aids e a raccogliere fondi per la lotta alla malattia.
I componenti superstiti dei Queen e il manager Jim Beach diedero inoltre vita al Mercury Phoenix Trust, impegnato nel sostegno a iniziative internazionali contro Hiv e Aids.
Freddie Mercury, una voce ancora senza tempo
Ottant’anni dopo la sua nascita, Freddie Mercury continua a essere ascoltato da persone che in molti casi non erano ancora nate quando i Queen dominavano gli stadi.
Bohemian Rhapsody, Somebody to Love, Don’t Stop Me Now, We Are the Champions, Crazy Little Thing Called Love e le tante altre canzoni legate alla sua voce continuano a vivere tra radio, cinema, eventi sportivi, concerti e nuove generazioni di ascoltatori.
Mercury fu cantante, compositore, musicista e artista visivo, ma soprattutto un interprete capace di trasformare ogni palcoscenico in uno spettacolo. Esagerato e teatrale, ironico e vulnerabile, ha lasciato un repertorio che continua a sopravvivere alla sua epoca. Nel giorno in cui avrebbe raggiunto gli 80 anni, la sua musica resta il modo più immediato per ricordarlo.