Dimartino torna solista senza Colapesce: “Mi ha destabilizzato non avere una controproposta”

In un’intervista al Corriere della Sera, Dimartino racconta il ritorno da solista, il rapporto con Colapesce e il nuovo album tra libertà creativa e introspezione.

In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Dimartino racconta il suo nuovo percorso artistico e personale, segnato dall’uscita dell’album L’improbabile piena dell’Oreto, disponibile dall’8 maggio.

Il cantautore palermitano riparte da solo, dopo l’esperienza condivisa con Colapesce, chiarendo fin da subito un punto che negli ultimi tempi ha alimentato molte voci: tra loro non c’è stata alcuna rottura.

Il rapporto con Colapesce: nessuna rottura

«La gente, senza sapere che prima del duo abbiamo avuto 10 anni di carriere soliste, pensa che abbiamo litigato. E invece abbiamo progetti cinematografici a cui già stiamo lavorando».

Un chiarimento netto, rafforzato anche da un episodio curioso: «Ho cercato di spiegargli come stanno le cose fra me e Colapesce e alla fine lui ha detto “va bene”, anche se ho avuto la sensazione che non mi avesse creduto».

Il ritorno alla scrittura individuale

Il nuovo lavoro segna un ritorno alla dimensione solista, vissuto come un passaggio non solo artistico ma anche interiore.

«Mi ha destabilizzato non avere una controproposta. Il processo per tornare alla scrittura solista è stato un processo psicologico. Questo è un disco emotivo e libero: visto che il concetto è il fiume, ho pensato a un flusso, e ogni canzone finisce con una strumentale che porta al pezzo successivo».

Durante la lavorazione, il confronto con l’ex compagno artistico non è mancato: «Spesso durante la scrittura mi sono chiesto: cosa penserebbe Lorenzo (Urciullo, vero nome di Colapesce ndr)? Gli ho fatto sentire tutto quando era troppo tardi per poter fare delle modifiche. Il suo commento positivo mi ha sollevato».

L’identità artistica tra duo e solitudine

Dimartino riflette anche sulle differenze tra il lavoro in coppia e quello individuale, sottolineando cosa cambia nel modo di raccontarsi.

«In due fatichi ad essere personale, devi raccontare storie universali. Da solo indaghi dentro te stesso, dici cose che ti vergogneresti di dire davanti a un altro».

Un approccio che emerge chiaramente anche nel primo singolo, “L’oro del fiume”: «L’idea che una rinuncia non è una sconfitta, che l’oro non è l’obiettivo della vita».

Il successo e la libertà di scegliere

Nonostante il successo ottenuto insieme a Colapesce, anche con brani molto popolari, l’artista rivendica la propria autonomia.

«Siamo sempre stati autonomi nelle scelte. Sapevamo quando e dove fermarci e non ci siamo mai trasformati in una ditta».

E aggiunge: «L’oro si trova per casi fortuiti, non c’è una formula. Potrei anche scrivere un disco di hit, puntare alle radio, ma non sarebbe il mio percorso».

Sanremo e il futuro live

Sul possibile ritorno al Festival, la risposta è chiara: «Non era il palco giusto per un disco così. Da maggio sarò in tour da solo, chitarra e voce. Mi piacerebbe arrivare in scena con una sedia pieghevole e accomodarmi».

Un’idea essenziale, in linea con lo spirito del nuovo progetto.

La musica italiana oggi

Nel corso dell’intervista, Dimartino offre anche una riflessione sul panorama musicale contemporaneo.

«È finita un’epoca, quella delle canzoni scritte in sei autori. Anche se la musica da meme funziona, si aprono spazi diversi per chi non si vuole uniformare».

Influenze e immaginario del disco

L’album nasce da un intreccio di suggestioni letterarie, cinematografiche e personali.

«Il realismo magico di Gabriel Garcia Márquez. Diversi film di Wenders, soprattutto Il cielo sopra Berlino per l’idea che gli angeli intervengano nella quotidianità. Il Jarmusch di Peterson. E tanta adolescenza mia: in un brano ricordo la leggenda palermitana del sugghio, mostro con aspetto da lucertola e testa umana, che mi raccontava mio nonno per tenermi lontano dai pericoli del fiume».

Il legame con Palermo

Fondamentale anche il rapporto con la sua terra, a cui è tornato dopo l’esperienza milanese.

«Sono stato alla foce del fiume per il matrimonio di un amico. È la zona in cui venivano portati i detriti e le macerie del sacco di Palermo dell’epoca del sindaco Ciancimino. Ho visto un fiume vivo, un fiume di resistenza: la natura vince sul disastro ambientale».

E sul ritorno a casa: «Lascio Milano in pace. Ci ho vissuto 5 anni e ho avuto paura di essere mangiato. Se a Milano non fai nulla diventa la città più brutta del mondo, ti senti in colpa perché non produci… Tornare a Palermo, registrare nella sala prove dove suonavo quando avevo 16 anni, è stato un modo per riappropriarmi del motivo per cui scrivo. Nella mia terra ho visto la bellezza e il terrore, sono cresciuto negli anni dei morti ammazzati per mafia, e le canzoni erano il mezzo che poteva portarmi da un’altra parte».

Un racconto intimo e lucido che accompagna il ritorno di Dimartino alla sua dimensione più personale.

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